— Lui!... Mio padre!... Disgraziato! Osereste accusare mio padre?

L’aspetto della fanciulla raggiava un così fiero sdegno, l’occhio fulminava così acceso che Matteo non vi potè reggere; curvò il capo, abbassò lo sguardo e si fece indietro, come pauroso, di alcuni passi.

Essa camminò superba verso di lui.

— Ah ti confondi! — esclamò. — Tu lo confessi... Hai mentito, infamemente mentito.

L’esitazione dell’usuraio fu breve: egli troppo si era afforzato nella sua risoluzione, troppo gli stava a cuore il concepito disegno per arrestarsi ora e cedere: si drizzò alquanto della curva persona, non osò fissare in volto la giovane, ma disse con ferma voce:

— No, non ho mentito.... È pur troppo così. E ho le prove di quel che affermo.

Albina da rossa come s’era fatta nel volto pel primo impeto dello sdegno, divenne pallida; si vedeva lo sforzo che faceva a sè stessa per dominare la propria emozione.

— Come avete potuto pensare, miserabile, — disse con voce soffocata, — che simili parole fossero tollerate qui... qui dove mio padre visse... e in presenza di una sua figlia?... Oh certo avete fatto bene a non dirle che i miei fratelli le sentissero... Io, una fanciulla, non posso, non debbo che scacciarvi di qua, pentendomi amaramente di aver avuta la debolezza di ricevervi.

— Senta, contessina...

— Uscite!