La Giustina gettò un lungo sguardo osservatore sulla padroncina e sull’usuraio, fece una profonda riverenza e se ne partì dicendo alla giovane che sarebbe tosto ubbidita.

Appena soli di nuovo Matteo riprese:

— Le ho fatto, contessina, una brutta minaccia, la minaccia di un colpo terribile, che io non vorrei avere da darle a nessun costo. Oh creda che io proprio non verrò all’estremo di pubblicare questo fatale documento che quando avrò perduta affatto ogni speranza di ottenere il mio intento.... E, appena Lei avrà esaminato.... Guardi, contessina, se io non sono di buona fede, e se non voglio procedere con una lealtà eccezionale.... Questo scritto è per me preziosissimo; è il solo mezzo ch’io mi abbia per ottenere cosa che mi sta più a cuore d’ogni altra a questo mondo... ma che questo mondo?... anche della eterna felicità nell’altro.... Ebbene, ecco, vede, questa carta, un tesoro per me, io la depongo qui su questo tavolino, e mi allontano fin là al fondo del salotto.... e Lei può venire a prenderla e leggerla... e io aspetterò laggiù in silenzio a vedere quale effetto le avrà prodotto questa lettera e a dirle il modo onde salvare il riposo, il decoro della madre, dei fratelli, di tutta la famiglia.

Albina fece un movimento brusco, ferita al vivo di bel nuovo da queste parole; ma non parlò, non volse neppure uno sguardo verso l’usuraio. Questi venne col suo passo strisciante fino al tavolino che non era lontano dal posto in cui stava la fanciulla, vi depose spiegato il foglio, e poi, come aveva detto, si allontanò con ostentata discrezione.

Lo sguardo della giovane guizzò verso la carta posta così all’arrivo della sua mano. Ah non c’era proprio dubbio: quella era la scrittura paterna; Albina mandò un sospiro, arrossì leggermente, tese con atto vivace la destra, prese il foglio e lesse.

XII.

«A mio figlio Ernesto.

«Trovandomi vicino a comparire innanzi al Giudice Supremo, mi sento l’obbligo, caro figlio, di dichiararti una grave mia colpa, che tutti ignorano, della quale l’unico che potrebbe accusarmi è spento pur troppo, che ora forma il rimorso degli ultimi miei giorni di vita e cui lascio a te il debito di riparare, almeno colla restituzione, e con tutti quei modi che potranno essere da te giudicati i migliori.

«Sappi adunque, — arrossisco ancora nel solo ricordarlo, — che vi fu un momento nella mia vita in cui corsi rischio di esporre il nostro onorato nome alla vergogna e allo scherno che accompagnano la rovina, la miseria, il decadimento di un’illustre famiglia, colla vendita giudiziale dei possessi, perfino coll’arresto personale del debitore, perchè avevo firmato cambiali che avevano affatto il carattere commerciale.

«Perdonami, Ernesto, come mi avranno perdonato i nostri maggiori da cui ho pur supplicate con infinito dolore mercede. Non fu trista indole, non fu neppure soverchia ambizione che mi trassero al mal passo: fu leggerezza, imprudenza spensierata, incuria e poco senno pratico della vita; mi pareva che il mio nome, il mio grado, la mia condizione sociale dovessero imporre alla gente tanto rispetto per me e per le cose mie, che nessuno avesse da ledere i miei interessi, da vantaggiarsi delle mie debolezze, da speculare sulla mia insufficienza; e d’altronde credevo io a questa insufficienza?