«Per farla breve, giunse un giorno in cui s’io non pagava almeno cinquanta mila lire di cambiali, sarei stato arrestato, si sarebbero sequestrate le nostre robe, posti all’incanto i nostri possessi: e quelle cinquanta mila lire io le teneva lì, sotto mano, chiuse nel mio scrigno: non avevo che da prenderle.... ma non erano mie: erano un sacro deposito.... Ernesto, che dirai tu quando saprai che tuo padre si è impadronito di quel deposito?
«Era il padre di Giulio, il buon Armando, che mi aveva affidata quella somma prima di partire per l’America, e io aveva giurato custodirgliela. «Vado a tentare la fortuna colaggiù,» mi aveva detto, «ma può anche essere che invece non trovi che la sventura; non voglio dunque recar meco tutto quel poco che ho ancora di mio, lascio a te questo denaro, tu lo serberai a mio figlio....
«E io, sciagurato, lo consumai.»
Qui finiva, il foglio e finiva anche lo scritto, senza data, senza segnatura, ma, come fu detto già più volte, tutto di mano incontestabilmente del fu conte Ernesto Sangré di Valneve padre.
Albina non comprese del tutto bene ciò che pur lesse e che rilesse a più riprese; ma sentiva una grande emozione nel fondo dell’anima, un gran rivolgimento in tutto il suo essere. Stette immobile, bianca come un cadavere, dritta, muta, con quel foglio in mano cui guardava con occhi appannati senza vederlo. Matteo Arpione se ne stava pure immobile nel suo cantuccio, covando con occhi ansiosi l’espressione della bella fisionomia della fanciulla. Regnò per un poco in quel salotto un silenzio di tomba. Poi le mani della giovane s’allargarono e il foglio ne cadde lentamente, avvolgendosi per aria fino a che giunse lieve lieve sul tappeto del pavimento; ma l’aveva appena toccato che Matteo lesto, eppure senza far rumore, era giunto e l’aveva preso per nuovamente riporlo e serrarlo nel suo portafogli.
La contessina, come smemorata, si portò le mani alla fronte e domandò a sè stessa più ancora con istupore che con affanno:
— Ma che vuol dir ciò?
L’Arpione, che ora le si trovava lì presso, susurrò piano piano con voce insinuante:
— Glielo dirò io... Il conte-presidente in realtà, or sono circa sedici e più anni, si trovò in criticissime condizioni. Lei sa che io godeva di tutta la confidenza di lui ed ero a parte di ogni cosa e interesse che lo riguardasse... E, se ho da dire tutta la verità, sono io che poi lo trassi dalle peste ed ebbi tanta fortuna colla mia buona amministrazione di ricostruire il patrimonio dei Sangré e di rifare prospere come sono oggidì nuovamente le loro condizioni... Ma lasciamo andar questo... non lo dico già per vantarmi... Il vero è che a quel momento... quando il conte deve avere scritto quella lettera, egli, senza quella somma di 50 mila lire, era rovinato, e, pensando alla famiglia, al decoro, all’onore del nome, si decise a servirsi del deposito fattogli dal cavaliere Armando.
Albina non ebbe più scoppio di collera, pareva affranta; ne’ suoi begli occhi stavano due lagrime; il suo pallore era tanto che anche le labbra apparivano più bianche della gorgiera da cui usciva il suo bel collo di cigno.