— O padre mio, — esclamò, — parlami tu, illuminami tu, vieni tu a chiarirti innocente, come ti sento, ti credo.
— Signorina! — gridò Matteo spaventato: — Ella non può ancora ritenersi in possesso di quel documento; io le ho detto che non gliel’avrei dato se non dopo e in compenso della sua promessa...
La contessina lo fulminò d’uno sguardo di tanto disprezzo che gli ruppe le parole in bocca.
— Questa carta non uscirà più dalle mie mani: — disse Ella: — e voi ne siete pagato, perchè la mia promessa... l’avete.
Si premette di nuovo il cuore e con voce manchevole soggiunse:
— Ed ora lasciatemi, andate!... Non mi farete, spero, l’oltraggio di dubitare della mia parola.
— Oh no certo, contessina... Questo mi basta... L’impegno che Ella ha preso io lo ritengo fin d’ora per solenne e...
— Lasciatemi, vi ho detto, — interruppe Albina. — Ho gran bisogno di esser sola.
Matteo Arpione partì inchinandosi umilmente; la giovane, appena egli fu fuor dell’uscio, cadde seduta, mandando un gemito di dolore, mezzo priva di sensi; nelle mani contratte con cui si premeva il petto stringeva spiegazzata la lettera del morto padre.