Alfredo aveva già ricevuto un po’ di conforto dal bigliettino anonimo che misteriosamente si era trovato sul tavolino e di cui aveva cercato invano di conoscere la provenienza; ma la giornata successiva era già quasi trascorsa senza che nessun fatto venisse a rinforzare la sua speranza ed egli ricadeva man mano nella prima disperazione, quando a mandarlo nella gioia più viva gli giunse verso sera una polizza di visita del conte Ernesto con sopravi scritte queste parole: «Parto domattina di buon’ora per tornare al mio battaglione, e ho bisogno di vederti prima e dii parlarti. Vieni stassera verso le otto; saremo soli; vieni come se non ti avessi scritto la lettera di ieri. E dopo aver parlato noi due, passeremo nel salotto di mia madre, dove a quell’ora non ci sarà nessun estraneo alla famiglia.»
Il giovane innamorato aspettò con esultante trepidazione l’arrivo di quell’ora assegnatagli, che gli parve tardasse un’eternità a giungere; rilesse le mille volte quel bigliettino e s’industriò a penetrarne il più intimo senso, le più riposte cagioni che lo avevan dettato. Non poteva a meno di concluder sempre esser quella una promessa di felicità. Conosceva troppo il carattere d’Ernesto per dubitare della perfetta di lui lealtà e franchezza; il dirgli che considerasse come non avvenuta la lettera precedente era un’assoluta ritrattazione della lettera medesima, era dunque un accettare la sua proposta; il soggiungere che dopo il loro colloquio sarebbero passati nel salotto della contessa era un affermare che di quella sera medesima si voleva tutto definire e stabilire. Era fin troppa ventura; era un passare dall’eccesso del dolore all’eccesso della gioia, e questa opprimeva perfino il cuore che invadeva.
Alla fine quelle benedette ore scoccarono e Alfredo di Camporolle, in un’acconciatura severamente elegante, si presentava nell’anticamera di casa Valneve. Non ebbe da mandare ambasciata; come visitatore atteso fu subito condotto da un domestico nello studiolo del conte Ernesto.
Questi, appena il servo ebbe annunziato Alfredo, mosse incontro al nuovo venuto colla solita, gentile sua agiatezza di maniere. Fumava un grosso sigaro d’Avana che riempiva d’un piacevole profumo lo stanzino; era vestito con abiti cittadineschi ed aveva il volto rallegrato dal suo benevolo sorriso. Si tolse di bocca il sigaro per dire all’amico:
— Bravo! Esattezza da militare. Suonano adesso le otto.
E gli tese la destra con tutta la franchezza d’una vera amicizia.
Un freddo e acuto osservatore avrebbe forse potuto notare in lui, non un impaccio, nè uno sforzo a dissimulare, — di questi egli colla sua schietta natura non ne aveva mai, — ma una certa lieve preoccupazione; Alfredo però, che non era acuto osservatore, e che in quel momento era assai commosso egli stesso, non vide nulla, non notò nulla, occupato a frenare il suo cuore che batteva di troppo.
— Sono venuto ansiosamente al tuo appello: — diss’egli con voce un po’ incerta: — e non ti nascondo che per me quest’ora ha tardato molto a giungere.
Ernesto, per la mano che l’amico gli aveva data, lo trasse innanzi fin presso il caminetto, dove ardeva ancora, benchè si fosse verso la fine di marzo, un allegro fuoco, e fattolo sedere sopra una bassa poltroncina, gli porse un elegante astuccio pieno di quei sigari d’Avana con uno dei quali egli profumava la stanza.
— Vuoi fumare? — gli disse.