La madre di Albina unì insieme le destre dei due giovani, e disse con un sorriso che aveva qualche cosa di mesto, di rassegnato:
— Siete fidanzati.
Alfredo strinse leggermente quella manina sottile, il cui contatto, pur traverso la pelle del guanto che gli vestiva la mano, gli faceva tumultuare il sangue; ma nessuna stretta rispose alla sua, quella destra verginale rimase inerte, passiva, fredda, e appena egli sciolse un pochino le dita, si ritrasse sollecita.
Ernesto entrò allora a parlare a sua volta:
— E così io posso partirmene domattina, chè quest’affare è terminato. Tu, Camporolle, combinerai tutto con mia madre, e quando sarà stabilita ogni cosa del modo, del tempo, eccetera, mi scriverete subito, perchè io possa prendere il mio permesso.
Sedettero, stettero un poco, chiaccherando più di cose indifferenti che di quanto era allora avvenuto e che pure doveva essere fatto importantissimo per tutti; Albina parlò poco, si mostrò nè lieta, nè triste; vennero visitatori ed essa si ritirò senza mandare alcun saluto speciale ad Alfredo, il quale di lì a poco se ne partì egli pure; e non sapeva se doveva essere contento o no, ed aveva una confusione nell’anima in cui non valeva a discernere egli stesso.
Enrico non si era lasciato vedere; ed era perchè egli aveva dichiarato assolutamente di non approvare a niun modo quel matrimonio, e non aveva ceduto che all’autorità del fratello primogenito. Ed ecco a questo riguardo quello che era avvenuto.
XV.
Albina, dopo il colloquio con Matteo, stata a meditare seco stessa quasi un’ora, aveva poi, per mezzo della signora Giustina, fatto pregare suo fratello Ernesto di venirle a parlare; e a lui, subito, aveva detto dovergli domandare un gran favore da cui dipendeva la sua sorte, supplicarlo volesse proteggerla, aiutarla, sostenerla in una contingenza gravissima, in cosa che bisognava assolutamente compiere e per cui sentiva mancarsi essa stessa il coraggio, e troppo sapeva che avrebbe trovato contrari tutti i suoi. Era quasi impossibile per chiunque il risponder no ad una preghiera fatta da quella gentil persona, con quella voce così soave, colla malìa celeste di quegli occhi azzurri, così dolci: era impossibilissimo poi ad Ernesto, il quale, per sua sorella, di cui conosceva per bene la elevatezza dell’animo, l’eccellenza dell’ingegno, la generosità del cuore, aveva una predilezione, in cui, oltre al più vivo amor di fratello, c’entrava un poco di quello paterno e direi perfino della tenerezza d’una madre.
Egli dunque sollecitamente e con calore rispose ad Albina, parlasse pure, e di qualunque cosa si trattasse, fosse certa del più caloroso e zelante concorso di lui; ma ben ebbe da pentirsi di questa sua promessa e grandissimo e spiacevole fu il suo stupore, quando la sorella gli ebbe detto che quell’importante, difficile, dolorosa bisogna era di rompere gl’intesi di lei sponsali con Giulio e stringerne altri invece col respinto conte di Camporolle. Non istarò a riferire tutto il dialogo che ebbe luogo fra i due giovani, Ernesto tentando con ogni argomento rimuovere Albina da simile decisione, ed essa insistendo con una tenacia e risolutezza irremovibili a qualunque ragione, perfino alle preghiere; dirò solo che ella tanto fece, da giungere perfino a persuadere il fratello essere vere le sue affermazioni; che, cioè, consultato meglio il suo cuore, erasi accorta di non amare Giulio, di amare invece quell’altro, di avere a tutta prima acconsentito alle preghiere del cugino, perchè esso le destava compassione, e volendogli bene davvero come a un fratello, erale doluto assai dargli una risposta che lo facesse soffrire; ma poi, pensandoci meglio, s’era accorta che il suo sacrificio le sarebbe stato troppo doloroso e aveva sentito mancarle la forza di compierlo. Finì per dire che se suo fratello le fosse mancato, avrebbe scritto direttamente essa medesima al conte di Camporolle.