— Conte.... conte: — proruppe Ernesto. — Non sai che egli è stato fatto tale da poco per un brevetto comprato dalla Corte pontificia, e che suo padre era un borghese, sua madre una popolana?

Albina ebbe un piccolo movimento di spiacevole impressione, ma si ricompose tosto.

— Ho sentito molte volte da te stesso a vantare la nobiltà del suo carattere e il suo valore personale.

— Oh questo sì: — rispose Ernesto che non sapeva mentire.

— E dunque non ti pare che con queste doti possa ritenersi degno di appartenere alla nostra classe?

Ernesto tacque un momento.

— Egli appartiene a un altro paese: — disse poi: — tosto o tardi vi si restituirà ad abitarlo definitivamente, e tu dovrai separarti da tutti quelli che ti amano.... da tua madre....

— Lo pregherò di rimanere: — rispose Albina, le cui ciglia tremolarono: — e spero che si arrenderà alle mie preghiere; che se fosse anche irremovibile, pazienza, sarà per me un gran dolore, ma mi rassegnerò.

La conclusione fu che Ernesto accettò lo sgradito incarico di rivelare tutto questo alla madre e di adoperarsi a farla accondiscendere ai nuovi propositi della fanciulla. La qual cosa non si ottenne senza gran difficoltà; Albina fu sottoposta al più insistente e rigoroso interrogatorio, si usarono anche dalla contessa preghiere e perfino minaccie; ma qui pure finì per vincere il fascino irresistibile di quella creatura così pura e leggiadra, la quale, gettatasi in ginocchio presso sua madre, pregando invocò anche la protezione dello spirito paterno.

Chi non cedette, chi non si lasciò vincere in nessun modo, fu Enrico. Per lui una mésalliance, come la chiamava, era qualche cosa di orribile, d’inaccettabile, e non ci volle poco, da parte del fratello e poi della madre, i quali dovettero mettere in campo tutta la loro autorità, per impedire che egli cercasse rendere impossibile quel maritaggio con qualche atto di sfregio o di violenza contro Alfredo.