Rimaneva il povero Giulio, a cui s’aveva da comunicare una sì brutta notizia; Albina domandò vivamente che a lei si lasciasse quel penoso còmpito; ella conosceva per bene l’animo e l’amore del cugino, ella sperava che avrebbe saputo trovare parole da rendergli meno dolorosa il colpo e più valido il coraggio; e la contessa acconsentì a questo desiderio della figliuola. La quale mandò subito al giovane due righe di suo scritto.

«Caro Giulio, non venire stassera; vieni invece domani mattina più presto che puoi. Ho da parlarti lungamente, gravemente: da fare appello alla tua generosità, al tuo affetto, alla tua fiducia in me. — Albina.»

Questo biglietto pose in tumulto l’anima del giovane, che naturalmente passò tutta la notte fantasticando, inquieto, ansioso, tormentato da mille dubbi e paure.

Il mattino seguente egli fu alla stazione della via ferrata all’ora della partenza del primo treno per Genova, col qual treno egli sapeva che il cugino Ernesto doveva lasciar Torino per restituirsi al reggimento. Il maggiore delle guardie era solo, neppure Enrico non lo aveva accompagnato. A Giulio parve che la sua vista facesse al cugino un’impressione quasi di rincrescimento; notò nel modo di parlargli, nell’espressione dello sguardo e della fisonomia d’Ernesto qualche cosa di addolorato, di compassionante, e i suoi timori se ne accrebbero. Non potè resistere all’ansietà e chiese al fratello d’Albina tremando:

— C’è qualche cosa di nuovo?... Ho il presentimento che qualche disgrazia mi minaccia.

Ernesto che non era capace mai di dissimulare, abbracciò strettamente il cugino.

— Albina t’ha scritto? — domandò.

— Sì.

— La devi vedere?

— Questa mattina.