— Insomma, in tutto questo noi siamo circondati da non so qual mistero.
— Sì, è un mistero che io darei non so che cosa per poter penetrare. A proposito, poc’anzi ecco capitarmi un’altra misteriosa straordinaria avventura; tu appunto potrai forse aiutarmi a venire in chiaro di qualche cosa.
— Che avventura? sentiamo un poco.
— Venivo a casa, quando sulla cantonata ho visto accostarmi una specie d’operaio o facchino che fosse, con una faccia a me affatto sconosciuta, il quale domandatomi umilmente se ero il cavaliere Giulio Sangré, e rispostogli io di sì, mi porse una busta di carta suggellata, dicendomi che aveva da consegnare nelle mie proprie mani quel plico. Domandai chi lo mandasse, mi rispose che non sapeva nulla e s’affrettò ad allontanarsi senza volere ascoltare più nemmanco una parola. Guardai la soprascritta: il ricapito era proprio il mio, ma scritto con calligrafia evidentemente contraffatta. Aprii la busta: sai che cosa ci ho trovato dentro?
— Non saprei indovinarlo davvero.
— Cinquanta biglietti da mille lire ciascuno....
— Eh? — fece il Respetti trasalendo, chè la sua mente era subito corsa alla somma uguale in uguali biglietti di banca, da lui data quella stessa mattina alla moglie perchè la recasse ad Albina.
— E insieme questo sgorbio di lettera.
Prese il foglio che accompagnava quella somma e la porse al Respetti che lesse:
«Questi denari sono una restituzione — una sacra restituzione; non cercate di chi; sappiate solamente che è affatto roba vostra e pregate per chi ve la manda.»