— La sua ricchezza non si conosce onde abbia origine.

— È sempre la malevolenza che parla.... e non prova.

— E le sue attinenze con Matteo Arpione, così intime e tenute così segrete che nessuno le ha mai sospettate?

Albina si riscosse: Enrico che se ne avvide e credette aver questa volta colpito nel vivo, rincalzò:

— Con quell’Arpione che è odiato e disprezzato da tutti, che fece tanto male alla nostra famiglia?

La fanciulla stette un momento prima di rispondere; poi voltando la faccia dall’altra parte, disse con voce appena intelligibile:

— Colui lo avrà servito, come ha servito noi pure: il non essere apparsa finora nessuna relazione fra di essi, vuol dire che il conte di Camporolle, conosciuto qual fosse, lo ha allontanato da sè, lo ha scacciato dal suo servizio.

— Ma e la viltà e la infamia di quel sedicente conte? Lui che s’umilia a inginocchiarsi e domandare perdono in mezzo allo scherno, lui che comunica o fa comunicare alla Polizia...

Qui Albina interruppe con forza:

— Ah quest’accusa dev’essere più menzognera ancora di tutte le altre.... L’uomo che nostro fratello Ernesto ha giudicato degno di stringere la sua mano, di essere chiamato da lui amico, di venire ammesso nella sua famiglia, l’uomo con cui visse famigliarmente, come fratello sotto la tenda, del quale vide atti di valore, e non udì mai parola, non iscoprì mai traccia di bassezza; quest’uomo non è capace di atti vili ed infami.