— È vero, — soggiunse il marchese, osservando più attentamente ancora la cugina, — la presenza d’Ernesto sarà giovevole anche a quel povero Giulio, che davvero fa compassione a vederlo, tanto è afflitto e smarrito, e di cui ho temuto un momento qualche pazza risoluzione.
— Povero Giulio! — disse Enrico: — ei non meritava davvero un simile dolore.
— No certo; — rincalzò la madre: — io da tanto tempo mi ero avvezzata a riguardarlo come un figliuolo, e credo che il conte-presidente medesimo avesse vagheggiato l’idea di salutarlo suo genero.
Albina non parve commuoversi; solamente le sue lunghe ciglia tremarono mentre gli occhi si chinavano a terra; ogni tinta di color roseo erale sparita dalle guancie e la sua pallidezza erasi fatta ancora più marmorea di prima.
— Questa mattina, — continuò il Respetti, — quel povero Giulio l’ho sorpreso che stava facendo le valigie per andarsene....
La fanciulla ebbe una lieve scossa.
— E dove voleva andarsene? — domandò Enrico.
— Pel momento a Genova.... Di là chi sa dove, se l’affetto autorevole d’Ernesto non fosse riuscito a trattenerlo!... Parlava niente meno che dell’America.... Poi d’andare a combattere se si fa la guerra....
— Ah! questo è meglio: — esclamò vivamente Enrico, il cui sguardo brillò dello spirito guerresco della sua razza.
Il seno agitato d’Albina rivelava il palpito frequente del cuore; ma ella rimaneva immobile, muta e a capo chino.