La contessa Adelaide acconsentì, e la governante d’Albina fu mandata a chiamare.
XXI.
Matteo Arpione era lieto e trionfante della riuscita di quello spediente che aveva pensato e messo in opera. Grazie alle sue accontagioni con Tommaso che aveva trovato modo di rendere quotidiane, egli sapeva tutto quello che avveniva al palazzo Sangré, e riteneva quindi per cosa sicura che Alfredo di Camporolle si sentisse ora l’uomo più felice del mondo. Non fu quindi poca la sua meraviglia, quando, osservatolo bene di nascosto, come da lungo tempo soleva, vide sulla fronte del giovane una nube di inquieta preoccupazione, nella fisonomia una certa amara tristezza che mal s’addicevano con quell’interna gioia che il vecchio supponeva dovesse possedere il cuore del suo protetto. Gli era che Alfredo, coll’acume che attingeva alla forza e alta delicatezza della propria passione, penetrava nel cuore della fidanzata e ci sentiva non esservi per lui scintilla di amore; tutt’altra cagione da questa esser quella che l’aveva fatta accondiscendere alle nozze con lui, e se ne crucciava, e se ne trovava umiliato, e si rodeva di conoscere qual si fosse tale ragione; e soffriva nella lotta che aveva luogo in lui fra l’amore che voleva farlo lieto del possesso della vergine amata, in qualunque modo questo possesso gli venisse, e un sentimento di dignità, di nobile orgoglio che gli diceva suo dovere di non accettare quella mano se non l’amore, ma qualche forza estrinseca costringesse Albina a dargliela. Ma qual poteva essere la forza nascosta che ve la spingeva? Egli non sapeva affatto immaginarla. Se avesse potuto parlare con tutta libertà alla ragazza, gli sembrava che avrebbe avuto il coraggio d’interrogarla, di scenderle nel cuore, dì ottenere supplicando ch’ella vi ci lasciasse penetrare a scrutare lo sguardo di chi doveva pur esserle congiunto per tutta la vita; ma un momento di completa libertà mai non era lasciato ai due sposi. Una volta sola egli aveva potuto toccare di quest’argomento, volgendo ad Albina parole che ella sola sentiva.
— Signorina: — disse Alfredo a bassa voce: — non le pare che io meriti la gioia ineffabile di udire da Lei, proprio da Lei, proprio dalle sue labbra, ch’ella associa volonterosa il suo destino al mio?
La fanciulla lo guardò freddamente.
— Gliel’ho già detto, — rispose; — e glielo dice più chiaro ancora il fatto medesimo.
— Ah! me lo dice così asciuttamente?
Essa ebbe una mossa come d’alterezza che s’inalbera.
— Non saprei dirglielo di meglio, — interruppe con un misto di leggera impazienza e di orgoglio.
— Perdono! — esclamò lui, non senza turbamento, — sono forse troppo audace; ma Ella deve pur comprendere come il mio tanto amore desideri la sua felicità solamente dal sincero e libero di lei volere, non da nessun altro motivo estraneo che possa influire sulle determinazioni di Lei....