—Se avesse visto come gli occhi gli si misero a risplendere! Parevano carboni accesi, su cui si fosse soffiato forte. Corse al quadro; lo spiccò dal muro: lo guardò ben bene che pareva volesse mangiarlo. Un rosso cupo glie ne era venuto su quelle guancie scialbe, e le sue mani tremavano come se avesse il freddo della terzana. «Signore, io gli dissi, che cos'ha, che cosa vuole?» Eh sì! non mi badò più che se avessi parlato ad un ceppo. Si volse verso il padrone di casa e gli disse con una voce che pareva venirgli su dal fondo della pancia, come quella d'un raffreddato che parli in un imbuto: «Avete ragione, è lei.»
Giovanni interruppe la Rosina, battendo insieme le mani.
—Corpo di bacco! non c'è più dubbio: è lui.
—Chi lui?.
—Quel birbone d'Orsacchio.
—Orsacchio! esclamava Rosina curiosamente. Vuol dire il marito della donna del quadro?
—Quello appunto.
—Oh poveretta! Ora che ho visto il muso di codestui, comincio a compiangerla anch'io daddovero.
—Ma vive essa ancora? E dove?… Ecco quanto si ha da scoprire… Averlo avuto qui quel birbone ed esserselo lasciato scappare!… Ma poichè pare che egli è in buona relazione col signor Marone, per mezzo di costui, sorvegliando i suoi passi, potremo forse venire a capo di qualche cosa… A lei, signora Rosina, che cosa dissero d'altro?
—Parlarono di comprare quel ritratto. Io risposi che mio marito non
lo voleva vendere… Noti che fu sempre il padrone di casa a parlare.
L'altro non disse che poche parole colla sua voce cavernosa…
N'eravamo a quel punto quando lei è venuto e loro sono scappati.