Selva non si mosse di là, finchè Vanardi non fosse tornato. Questi rientrò a casa avendo placato i suoi creditori e fattili acconsentire a sospendere l'intentata lite, ma avendo di bel nuovo le tasche asciutte.
Giovanni gli narrò subito quant'era avvenuto, lui assente, in casa sua; ed Antonio fu persuaso eziandio, e tosto, che quello sconosciuto era proprio Orsacchio, cui la fortuna gli menava finalmente tra' piedi.
I due amici furono d'accordo che conveniva profittarsi di quella proposta di compera del quadro per iscoprire la sorte di Gina: che perciò era necessario andarne dal signor Marone sotto colore di riannodare le pratiche, e governarsi di guisa da venir a scovar fuori la verità: e siccome Antonio protestava di non esser fornito della voluta accortezza a quell'uopo, Selva si profferì egli stesso, e promise ci sarebbe andato al più presto. Alla qual cosa Vanardi lo sollecitò di molto; impaziente che egli era di aver pur finalmente fra le unghie quello scellerato che gli aveva ammazzato l'amico Alfredo Cioni e di recare, se pur fosse possibile, alcun sollievo al destino certo sciaguratissimo della infelice Gina.
Esaurito questo discorso, Giovanni consegnò a Vanardi la lettera che aveva scritto per lui a Gustavo Pannini, e lo stimolò a recargliela sollecitamente, di quel giorno medesimo, s'ei potesse.
—Bisogna battere il ferro mentre è caldo, soggiunse. Questa mattina il signor Carlo e sua figlia hanno parlato di te a Pannini, ed egli è di certo disposto a far molto in tuo favore…. non bisogna lasciare che si raffreddino queste buone disposizioni.
Antonio annuì a tutto quello che Selva gli disse: ed avess'egli fatto a senno dell'amico, avrebbe risparmiati a lui ed a sua moglie alcuni brutti momenti che, come vedremo, toccò loro di passare: ma quando l'amico fu partito per le sue faccende, Antonio che, a cercare quell'impiego per cui doveva rinunciare all'arte sua, ci andava di mala gamba, si pose in tasca il biglietto introduttivo presso il segretario di Bancone, e determinò essere miglior partito l'aspettare ancora tutto quel giorno se lo zio padrino, commosso dalla lettera mandatagli, non gli rispondesse favorevolmente come glie ne avevan data speranza le parole di Giacomo, e quindi non gli rendesse inutile quel passo che gli gravava assaissimo l'aver da fare.
Ma il poveretto ebbe un bell'aspettare tutto quel giorno ed anche l'altro appresso: nessuna risposta gli giunse da quel barbaro di padrino.
Come avvenne egli mai? Il cuore dello zio droghiere, che, dietro la narrazione di Giacomo, pareva essersi aperto ad un poco di pietà, erasi egli chiuso di nuovo più inesorabilmente di prima? Ecco in che modo era andata la faccenda.
La verità era che il vecchio non aveva potuto leggere lo scritto del nipote senza sentirsi commuovere. La sua collera aveva un bel dirgli che doveva star saldo; la compassione e l'affetto che, malgrado tutto, senza che egli volesse e sapesse, gli durava nell'animo per quel cattivo soggetto d'un nipote, lo piegavano con molta forza a più miti consigli. Antonio po' poi era l'unico parente che ancora gli rimanesse: perdonargli le sue colpe, questo poi no; il fiero droghiere non lo voleva, e dicevasi che non l'avrebbe fatto mai; ma lasciarlo morire di fame poi, la gli pareva troppo dura anche al suo animo irritato.
Ed ancora: se non si fosse trattato che di quell'ingrataccio d'un figlioccio e di quella poco di buono ch'egli aveva sposato, passi: ma c'eran di mezzo dei bambini.