—Sì signore… delle vere orgie.
E la portinaia raccontò a suo modo, come quella stessa mattina, in casa del pittore, vi fosse stato un pasto suntuosissimo, a cui suo figlio medesimo avendo preso parte vi era venuto giù con una cotta vergognosa.
Lo zio d'Antonio non volle più sentir altro. Come! Lo stesso dì, nello stesso momento quasi che scriveva a lui quella lettera così raumiliata e supplichevole nella quale narrava sì pietosamente l'infelicità de' suoi casi; mentre egli, lo zio, si lasciava da quelle parole commuovere e veniva con tanta premura verso il nipote per soccorrerlo, il tristo si abbandonava—per chiamarla colla parola della portinaia—ad un'orgia! Avevano dunque voluto beffarsi di lui: quel soccorso che sarebbero riusciti a spillargli era dunque destinato a procurare a que' viziosi nuovi piaceri di simil genere!… Ed egli, bestione, s'era lasciato intenerire! egli aveva creduto ai loro piagnistei!… L'irritazione che ne provò rese di botto il padrino d'Antonio ancora più inasprito contro suo figlioccio; e troncando in fretta il suo colloquio colla portinaia, egli se ne tornò al suo fondaco, ripetendo a sè stesso il giuramento che più volte aveva fatto e che ora pur tuttavia aveva violato, di non voler più a niun conto interessarsi nè sentir parlare delle cose di suo nipote.
E così avvenne che Antonio non ricevesse alcuna risposta dallo zio.
Il terzo giorno dopo mandata la lettera, Vanardi cominciò a perdere ogni speranza. Eppure gli pareva impossibile che il padrino, il quale un dì lo amava cotanto, ora potesse rimanere affatto insensibile a quel suo grido di soccorso. Uscito di casa, i suoi passi lo portarono senza precisa sua volontà, verso il fondaco dello zio. Quando i suoi occhi ebbero dinanzi i famosi quadrilateri colorati che il tempo aveva fatti sbiadire, al di sopra della bottega, Antonio sentì saltargli il cuore nel petto più ancora di quello che avrebbe immaginato. Da tanto tempo egli non era più entrato là dentro: da tanto tempo egli usava perfino evitar quella strada! Si fece animo tuttavia. Gli parve che passando e ripassando innanzi a quel fondaco alcuna cosa dovesse sopravvenire, ond'egli avrebbe avuto occasione d'apprendere qualche cosa della sua lettera. Ed ecco il nipote girare nelle vicinanze dell'alloggio di suo zio, come questi avea girato due giorni innanzi per la strada abitata dal nipote. Ma finalmente a costui il freddo dell'aria frizzante invernale e la necessità imperiosa diedero il coraggio di abbrancare la gruccia della serratura, di volgerla, di aprir l'uscio ed intromettersi timidamente nel tepore della bottega del droghiere.
Nulla era mutato in essa. Al solito posto c'era il solito banco, a cui con tanto suo fastidio Antonio stesso s'era provato, senza troppo buona riuscita, ad avviluppare con grazia cartocci di pepe e di cannella; dietro il suo paravento lo zio. Questi, come sempre all'udir entrar gente, sporse in fuori la testa e guardò chi fosse; vedendo suo nipote, egli arrossì di sdegno fino sulla fronte. S'alzò di scatto da sedere, rigettò con forza il seggiolone, si slanciò dietro il banco che era lì vicino, come un oratore nella tribuna, e battendo violentemente su di esso col pugno chiuso, prima che Antonio avesse tempo ad aprir bocca, gridò:
—Che cosa vuole, signorino? Che cosa viene a far qui? Questo non è luogo per lei nè pei pari suoi. Mi pigli la porta subito…
Antonio, tutto confuso e sbalordito, provò a balbettare con aspetto ed accento da supplichevole:
—Caro signor zio, caro signor padrino… E il droghiere più invelenito:
—Che zio! che padrino! Qui per lei non c'è più nè l'uno nè l'altro. Qui non c'è che un uomo il quale si vergogna di molto d'aver con lei comune un nome ch'ella disonora…