Vanardi obbedì. Indossò quel certo soprabito color marrone di cui aveva parlato la Rosina, si diede una buona spazzolata dal cappello sino alle scarpe ed uscì avviandosi alla volta della casa del milionario banchiere.
XIII.
Il palazzo Bancone era in uno de' quartieri più signorili della città. Vi si entrava per un alto ed imponente portone che metteva in un vasto atrio a colonne, di severa ed elegante architettura. Era un palazzo storico che i denari del borsiere avevano conquistato dalla decadenza di un'antica famiglia. Il genio della borghesia danarosa s'era affrettato a porre il suo stampo sull'orgogliosa aristocratichezza di quelle linee architetturali. In quell'ampio atrio fastoso, accosto allo scalone di marmo, che coi suoi primi gradini più lunghi e col risvolto delle sue allargantisi balaustre a colonnette di marmo finamente scolpite, pareva espandersi sullo spazzo del vestibolo, giacevano rammontate alcune ignobili casse di legno coll'ignobile marca della dogana; ad una porta alta, con ornamenti di stucco a cartocci, era appiccata una meschina e bassa bussola di legno con uscio coperto di panno verde, e sopravi una lamina ovale in ottone che aveva incise le parole: BANCONE e C. banchieri.
Colà erano gli uffici della banca. Per impiegare più utilmente tutti i locali di pianterreno, al portinaio erano state tolte le stanze che ci aveva, e di cui una, pel classico finestrino, guardava sotto il portone. Il finestrino era stato murato, ed al portiere s'era fatto fabbricare un casotto che ingombrava e guastava l'atrio, ma che portava scritta ad alti caratteri neri l'orgogliosa leggenda: PARLEZ AU CONCIERGE.
Vanardi non ebbe bisogno di consultare quest'autorità della porta, ed entrò difilato negli uffizi.
Le sale di questi erano vaste ed altissime. Gran finestroni con inferriate a inginocchiatoio pigliavano luce dalla strada e la trasmettevano travelata da tendoline verdi pendenti ai telai delle invetriate. Tutte le stanze comunicavano tra di loro per porte di facciata l'una all'altra; dall'un uscio all'altro, in ogni stanza correva un tramezzo di legno più alto d'un uomo che ci faceva come un corridoio di passaggio, segregando il resto della sala, dove, sottratti alla vista di chi entrasse, stavano secondo lor grado ed ufficio, ciascuno ad una scrivania, i commessi della banca. Nel tramezzo, in ogni sala, s'aprivano due usciòli: sopra ognuno dei quali una lamina d'ottone indicava qual genere d'impiegati s'avesse a trovare in quello scompartimento. Sull'ultimo di questi usciòli nell'ultima stanza, siffatta lamina più grande, con caratteri più visibili, portava la magica parola: CASSA.
Gli usci d'ogni sala erano impannati di verde; sul pavimento, dall'ingresso fino al fondo di quella specie di corridoio, si estendeva una striscia larga un metro di panno verde, alle pareti di quelle tre stanze trammezzate era appiccata una tappezzeria di carta, di color bigio a fiorami bianchicci, di poco valore. Le volte, che si arrotondavano in una curva elegante sopra un cornicione a stucco bellamente lavorato, portavano traccia tuttavia d'antiche dipinture a fresco con ornamento di fogliami e dorature. Ma il dipinto era qua svanito pressochè del tutto, là sporco e affumicato, altrove scrostato e ricoperto da un'arricciatura di semplice calce per riparazione; di guisa da non potersi discernere più in nessun modo che cosa ci fosse in esso rappresentato.
Quella specie di corridoio faceva poi capo ad un salotto elegantemente arredato. C'era un camino di marmo, in cui vampava un allegro fuoco; c'erano sofà e poltrone signorilmente ricoperte di stoffa di valore; c'erano tavolini eleganti artisticamente intarsiati di legni preziosi; c'era un ricco tappeto sullo spazzo, ricche tappezzerie alle pareti, ricchi arazzi alla finestra ed alla porta, ricchi bronzi sul camino e sulle mensole. Sull'uscio che stava in prospetto a chi entrasse dal corridoio vedevasi una lastrina di metallo del colore e della lucidezza dell'oro in cui stava inciso: GABINETTO del signor BANCONE: un altr'uscio metteva nello scrittoio del primo commesso, il sig. Padule.
Nell'entrare in quelle stanze, ti pigliava al capo ed alla gola quell'afa soffocante che danno le stufe troppo riscaldate, atmosfera propria di tutti i pubblici uffici. In tutte quelle sale regnava un alto e solenne silenzio, che quasi t'incuteva reverenza: di quando in quando soltanto s'udiva un susurrar di parole a bassa voce, lo scricchiolare d'una penna corrente sulla carta, e il più sovente poi un tintinnio di monete che si maneggiavano, si contavano, si mettevano a pile, si facevano scorrere nei sacchetti.
Nel momento in cui Vanardi, il suo cappellaccio in mano, entrava timorosamente in quel tempio della moderna divinità, il rumore delle monete maneggiate era forte e spiccato da tornare a chiunque, e massime ad un povero diavolo, la musica la più seducente e la più inebriante che esser possa. Pareva una cascatella intermittente di scudi, di cui ciascuno con allegra nota cantasse i vantaggi e le glorie del denaro. Quel suono acuto, squillante, argentino, che manifestava dei vistosi valori in cui erano rappresentati gioie, soddisfazioni, agi della vita a bizzeffe, era per un ghiotto di fortune una tentazione, un immorale invito, una provocazione; per uno spiantato come il nostro pittore, uno scherno ed un'offesa.