Vanardi fece un profondo inchino al banchiere che non gli badò, e seguì Pannini, il quale passò nel salotto.

—Il signor Bancone c'è: disse Gustavo a Marone. Entri pure.

Marone s'affretto a penetrare nello studiolo.

—E quando potrò sapere alcuna cosa di ciò che mi riguarda? chiese
Antonio.

—Non potrei precisarle il momento: rispose Pannini; ma spero che fra una settimana o poco più… Torni fra quindici giorni, ecco, e son certo di poterle dire qualche cosa di positivo; che se mai avrò prima di quel tempo alcun che da comunicarle, glielo farò sapere per mezzo di Selva.

Antonio sentì come se un secchio d'acqua gli fosse versato giù della schiena. Quindici giorni da aspettare! E come vivere intanto?

Mentre cercava di balbettare una risposta che non sapeva nemmen egli quale avesse da essere, la voce di Bancone risuonò dal gabinetto vicino chiamando Gustavo.

—Vengo, rispose questi, e sbrigatosi sollecito di Antonio con un saluto, s'affrettò ad accorrere dal principale, mentre il misero pittore se ne partiva poco più racconsolato di quel che fosse quando era penetrato colà dentro.

Bancone giaceva mezzo sdrajato in una larga poltrona, Marone gli stava dinanzi seduto sopra una seggiola il suo cappello frusto in mezzo alle ginocchia.

—Venite un po' qua, Pannini, disse il banchiere col suo accento di superiorità e di protezione. Ecco qua il signor Marone che vuole…