Pressato dalla necessità egli dovette calpestare il suo orgoglio e la sua ripugnanza a codesto passo, e si decise di ricorrere alla carità delle persone generose. Fra le due di queste cotali che gli erano state suggerite aveva pensato a lungo a quale rivolgersi di preferenza, se alla vecchia marchesa di Campidoro od al giovane filantropo Salicotto, e l'aveva poi data vinta a quest'ultimo, perchè in fama di molto più accostevole, di molto affabile ed alla mano.

Ricorreva giusto una domenica, e il povero pittore, vestiti i suoi migliori panni—quel certo soprabito color marrone—s'avviava verso le dieci ore del mattino, che quello gli avevano detto essere il tempo opportuno, alla dimora del signor Salicotto, pubblicista umanitario e cavaliere.

E mentre Antonio traversa la strada, entra nella porticina della casa dirimpetto, sale sino al secondo piano ed esita a tirare il cordone del campanello, io di questo signor filantropo vi farò conoscere virtù e miracoli, contandovene la storia.

Abbiamo udito da quel ciarlone di speziale come nel suo paese, che era quello stesso della sua nipote Anna, vi esistesse una famiglia col nome di Salicotto, il capo vivente della quale era un povero ortolano; ma sor Agapito non si pensava mai più che il cavaliere fosse in alcun modo legato a quella povera gente, figliuolo com'ei si diceva d'un avvocato. Ma se Anna si fosse trovata una sola volta faccia a faccia con questo personaggio, benchè tanti anni fossero passati, benchè un sì gran cambiamento si fosse fatto in lui, non avrebbe tuttavia mancato certo di riconoscere nel cavaliere il figliuolo del vecchio Matteo, il vicino di casa, l'antico amicone della sua famiglia. Per fortuna del nostro filantropo democratico, che nascondeva con tanta cura la sua modesta origine, in que' due anni che già era rimasta in città la nipote dello speziale, stando rarissimamente alla finestra ed uscendo anche meno, non aveva ancora veduto mai colui che nell'intenzione dei parenti delle due parti doveva essere suo sposo.

Tommaso Salicotto era nato unico figlio; suo padre era un buon diavolaccio con tanto di cuore, che non sapeva più in là dei cavoli del suo orto e non desiderava altro di meglio che vender bene i suoi erbaggi al mercato, ed avere a tempo opportuno il sole e la piova sui suoi asparagi, sui suoi carciofi, sui susini, sugli albicocchi, e via dicendo. La madre era altresì una eccellente comare che non pensava oltre le poche vicende domestiche, far la cucina, rattoppare i cenci, aiutare tal fiata il su' uomo nei lavori dell'orto. Ebbene—chi può spiegare codesto mistero?—da questi due era nato in Tommaso un ambizioso, uno spirito irrequieto, ghiotto di ricchezze ed invidioso delle fortune altrui.

Già da bambino il nostro eroe guardava con occhio di livore la palazzina bianca che sorgeva di faccia al rustico casolare di suo padre, nella quale veniva ad autunnare ogni anno una famiglia di signori che abitavano la più vicina città di provincia. S'accostava cauto al muro del giardino tutto rifiorito, e pel cancello sbirciava con maligno ed invidioso intendimento le poche e modeste sontuosità di quell'abitazione che a lui inesperto pareva un paradiso di agi e di sfarzo. Quando vedeva i fanciulli dei signori pulitamente e con garbo vestiti di panni bianchi o rosati o d'altri color gai, bene ravviate le chiome, paffutelle le guancie, piene di giocattoli le mani, occupata da sollazzi la giornata, egli già sentiva entro il piccolo petto una gran rabbia che non sapeva pure spiegarsi: e se alcuno di quegli aggraziati bimbi gli accorreva all'incontro, e faceva a parlargli, e lo voleva prendere per mano, e lo invitava a partecipare ai loro giuochi, poco mancava ad ogni volta ch'egli non gli si lanciasse coll'unghie alla faccia a cavargliene gli occhi. Certo il potere, se non altro, sciupargli addosso que' panni sì acconci gli pareva un bel fatto.

Aveva ingegno pronto e svegliato: il povero maestro elementare che, per alcuni fastelli di legna l'inverno e per un po' di legumi la state, gli aveva mostrato a leggere e scrivere tutto s'era stupito ed aveva gridato al miracolo vedendo che in sì poco di tempo il fanciullo era arrivato a saperne più di lui. A far conti aveva imparato quasi da sè, e nessuno nel villaggio era capace di farsi un'addizione od una moltiplica così rapidamente e con tanta sicura esattezza come quel fanciullo di otto anni, poco pulito, meno leggiadro e molto spettinato. Per la lettura manifestava una vera passione; ogni libro che gli capitasse tra mano egli divorava con ardore instancabile, e lo riandava finchè lo avesse capito del tutto, passando e di molto la comprensività comune dei coetanei.

In breve, egli era diventato il fanciullo prodigio del villaggio: i buoni terrazzani lo citavano come una preziosa rarità del loro paese; il padre quasi lo rispettava, la madre, s'intende, lo amava più che la pupilla degli occhi suoi di quell'amor cieco onde amano le madri. E intorno ai genitori tutta la gente s'era posta d'accordo a far gli elogi del talentone del piccolo Tommaso. Aveva incominciato quel poveraccio ignorantone d'un maestro elementare, il quale gli aveva posto in mano la penna e l'abbicì.

—Voi avete in casa vostra un tesoro, aveva detto a Matteo; e se lo lasciate sciuparsi ne avrete da rendere ragione alla società ed a Dio.

—Che cosa ho da fare? domandava il dabben uomo rimminchionito.