—Fatelo studiare, per bacco! esclamava il maestro. Volete lasciar perdersi quel bell'ingegno fra le bietole e le rape?… Fatelo studiare e diventerà qualche cosa di grosso.

E il parroco che era incantato del modo con cui Tommaso sapeva il catechismo ed aveva imparato a servir la messa:

—Conviene far studiare vostro figlio, Matteo. Egli è un genio. C'è un mondo in quella testa grossa: e chi sa che cosa ne potrà venir fuori!… Mandatelo alle scuole, fategli vestir la cotta da cherico, mettetelo poi in seminario, e un giorno o l'altro voi vedrete vostro figlio… fors'anche vescovo.

Il buon villano allargava tanto d'occhi, tentennava sì un poco il capo, ma finiva per tornare a casa fantasticando di veder suo figlio ancora qualche cosa di più che vescovo.

—Il vostro Tommaso farà la fortuna di tutta la famiglia, gli diceva un'altra volta il giudice: fatelo studiare, compare Matteo, ci avete lì la stoffa d'un avvocato, e un buon avvocato, ai nostri dì, può arrivare a tutto: certo a guadagnare denari e di molto.

E il maestro di latinità, sotto cui Tommaso incominciava a declinare: haec musa, la musa:

—Matteo, diceva con enfasi ciceroniana all'ortolano, e' conviene fargli studiare le belle lettere. Vi guarentisco io ch'ei diverrà un professorone di calibro da illustrare sè stesso e la patria.

Con tante e sì importanti sollecitazioni, come resistere a quello che era pure il massimo desiderio del dilettissimo Tommaso? Dai proventi del suo orto, Matteo ricavava tanto che bastava da poter ogni anno mettere in disparte una sommetta ad aumentare il gruzzolo dei risparmi: e benchè a quel suo poco di tesoruccio ci tenesse di molto con quell'amore taccagno che è proprio dei villici, pure si decise a sminuirlo d'alquanto per mettere a studiare suo figlio. Certo il pensiero che questi sarebbe diventato un pezzo grosso e con guadagni vistosi avrebbe compensato di poi a mille doppi il sacrifizio presente; questa speranza, dico, giovò non poco di sicuro a decidere Matteo, ma la sua parte, e non da meno, l'ebbe altresì la tenerezza e quasi direi l'osservanza che egli, e sua moglie ancora più, avevano pel figliuolo.

Di vestir la cotta e farsi prete, che sarebbe stato mezzo assai più economico di far gli studi, Tommaso non volle saperne malgrado le belle parole e le sollecitazioni del parroco; innanzi alla mente del giovinetto stavano gli sbarbagli del mondo, i vantaggi della ricchezza, la leccornia degli agi signorili, e lo stato chericale era una rinuncia a tutto, od a gran parte, e la più attraente, di codesta roba. E nemmeno il padre aveva molta propensione a vedere suo figlio tonsurato. Era unico della famiglia, ed anche ad un villano è pensiero increscioso che non gli sopravvivano eredi, i quali sieno in grado di continuare il suo lignaggio. Fin dai primi anni della vita di Tommaso, col vicino padre di Anna si era detto sul più sodo che i loro figli si sarebbero sposati, e quella poca nuova ambizione entrata nell'animo di Matteo non era tale da fargli dimenticare e cessare d'aver caro quel progetto nè da persuaderlo di non mantenere altrimenti la scambiata promessa.

Tommaso fu posto in città a dozzina da un maestro, e per compensare la maggiore spesa dell'assegno mensile che conveniva pagare pel figliuolo, i genitori sminuirono a sè la pietanza e persino il pane quotidiano. L'unico che non avesse approvato questa determinazione era il padre di Anna, il quale, vero profeta, andava predicendo a Matteo che così avrebbe fatto allevare un ingrato ai tanti sacrifizi che faceva per lui. Ma l'ortolano, che in ogni altra cosa teneva in molto conto il parere del vicino, in codesta non voleva sentire osservazioni e tanto meno appunti, di tal maniera che codesta fu ragione per cui i due vecchi amici quasi si guastassero insieme, e sminuisse quella domestichezza poco meno di parentevole, che dapprima aveva luogo fra loro.