Tommaso frattanto si distingueva assai. In ogni cosa a cui bastasse la volontà e l'applicazione egli andava senza fallo il primo, non così là, dove ci occorresse ispirazione, retta percezione, vivacità d'immaginativa e fecondità di pensiero. Fra i compagni, i quali, nel portar giudizio gli uni degli altri, non si sbagliano mai o di rado, fu egli conosciuto tosto per uno sgobbone, per uno di quel gran semenzaio di pedanti e d'impostori che è la schiera di quelle mediocri intelligenze piene d'orgoglio coi compagni e di ostinazione indefessa nello studio e di piacenteria verso i superiori, le quali si guadagnarono sempre la benevolenza degli insegnanti e l'antipatia dei colleghi.
Diffatti la nota caratteristica dell'ingegno come dell'essere morale di Tommaso Salicotto era quest'essa: pedantismo ed impostura; come il movente ultimo, la susta cardinale dei suoi sforzi e delle sue azioni, erano la vanità e la voglia del denaro. Colla sua ipocrisia, aveva egli saputo ingannare tutte le persone cui s'era accostato, fin da quando era ancora bambino. Egli la sua tenacità e la sua ambizione aveva saputo fare scambiare per effetti di un'elevata intelligenza costretta dalle misere circostanze della sua condizione; egli aveva saputo comparire agli occhi altrui come un genio travelato, un diamante nella rozza sua ganga, a cui lo studio e la vita cittadina non avrebbero mancato di procurare lo sprigionarsi dall'involucro, e il raggiare di tutta la sua luce.
Forse dapprima egli neppure non conosceva bene sè stesso, e quell'inganno che produceva in altrui provava egli medesimo sul suo conto. Ma quando finite le scuole inferiori, passato il corso liceale, Tommaso ebbe intrapreso il corso, ch'egli aveva scelto, di belle lettere, allora e' fu chiaro del tutto che cosa fossero il suo ingegno e le forze della sua anima, del suo cuore e della sua natura; capì quello che valeva e che voleva, e si pentì affatto e della strada per cui s'era messo e del cammino che già aveva corso e della meta che si mirava dinanzi. Conobbe che nelle lettere non sarebbe riuscito che alla meschinità d'un rettorico; nelle lettere, in cui anche ad esser sommi, sono tanto scarsi i guadagni ed è sì poco soddisfatta l'ambizione. S'accorse che il commercio e la politica tengono il campo della fortuna e degli onori: che ad arricchire è mezzo più spiccio di tutti il primo, che a diventare uomo influente non c'è altra strada che la seconda. Se si fosse posto in qualche banca! se avesse domandato ai facili studii della legale la laurea d'avvocato! Egli avrebbe potuto conseguire in poco tempo, con non disagevol arte, il soddisfacimento de' suoi desiderii. Ora era troppo tardi. La sua mente non si prestava a quelle rapide evoluzioni per cui si può mutare indirizzo, occupazioni, abitudini. Era più saggio continuare per la strada intrapresa, e tentare d'averne ogni possibil vantaggio.
Era giovane fatto ed aveva l'inutile e fastoso titolo di professore. Vivacchiava dando lezioni che erano pagate poco e valevan meno; ma imparava ogni giorno più a conoscere il mondo, e sapeva da qual parte conviene di meglio circonvenire gli uomini per irretirli. Comprese la forza e il meccanismo, per così dire, di quella sfacciata ipocrisia moderna che si chiama ciarlatanismo, ed apprezzò tutta la potenza della leva che muove il mondo morale dell'oggi, la pubblica stampa. Domandò a questa in unione con quello la celebrità al suo nome e gli agognati guadagni alla sua povertà. Fondò un giornale, e parendogli essere nella schiera del giornalismo allora esistente un posto vuoto ancora da occupare, in cui facile il farsi discernere dalla comune e far chiasso, il suo periodico fu, meglio che politico, economico-umanitario-socialista. Non ci voleva troppa scienza: paroloni sonanti ed uno stile fragoroso bastavano: e del resto le raccolte dei giornali socialisti di Francia d'un tempo erano lì, miniera inesauribile da pigliarvi per entro articoli e declamazioni.
Le vicende non cominciarono col volgergli prospere. Dapprima non si fece molta attenzione alle sue vesciche rettoriche; ma egli non si perdette d'animo. Più d'una volta lo stampatore minacciò di far morire il giornale, rifiutandosi di metterlo in torchio se non veniva pagato almeno in parte di quanto gli era dovuto; ma Salicotto seppe sempre industriarsi così bene, che di qua o di là ottenne pur sempre qualche bocconcino da gettare nelle fauci del tipografo e tirare innanzi. Lottò con una pertinacia di che soltanto poteva esser capace la sua natura testarda di villano. Per lo meno ora egli aveva uno sfogo al suo segreto agognare ed alla rabbia della sua impotente ambizione.
Patrocinando la causa di chi non possiede, egli lusingava le proprie invidie, esprimeva i proprii tormenti. Alcune fiate, minacciando ed imprecando ai ricchi, nei limiti che gli concedeva la legge, essendo egli troppo accorto per cadere nella ragna d'un processo, Tommaso consolavasi e temperava le sue smanie di ambizioso ancora deluse. Se non la sua fame di guadagni, almeno già avevano un qualche ripago il suo livore e la sua vanità.
Intanto si cominciava a discorrere per la città del suo giornale, alcun rumore cominciava a farsi intorno al suo nome; le teorie e gli spropositi sociali, ch'egli accattava dagli stranieri per annacquarli e divulgarli nel suo stile pretenzioso e stentato, la sua politica rabbiosa avevano destata l'attenzione della gente. Capì allora il furbo l'efficacia di due mezzi che appo noi non erano ancora introdotti: la moltiplicità, la bizzarria, la impudenza dell'annunzio e l'attacco personale. Fece tappezzare tutte le cantonate di cartelloni immensi in cui spiccavano in caratteri cubitali il titolo del giornale e il nome del direttore, volse la punta d'una satira che non era ingegnosa ma insolente, non contro i vizi, gli errori, i torti, ma contro le individualità, e di queste le più spiccate e le più note. Ad ogni numero c'era qualche botta contro una di codeste, tanto se benevise quanto se in uggia al pubblico. Aveva l'accortezza di designar la persona così bene, che non vi potesse cadere sbaglio, e tuttavia non dirne il nome mai: ogni lettore ce lo metteva di per sè, trovandoci appagamento alla naturale malignità che pur troppo è comune a tutti gli uomini. Si limitò dapprima alla capitale: ma poi, visto lo spediente dar buoni frutti, lo estese anche alle provincie. Si fece una quantità di nemici, ma si acquistò una immensità di lettori: i suoi fogli il pubblico, sempre ghiotto di scandali, se li strappava di mano: si vendevano a diecine di migliaia, e Salicotto dalla soffitta che abitava dapprima era passato ad un comodo quartieretto al terzo piano.
Fu odiato da molti, fu ammirato da' più, fu temuto da tutti. Quando un uomo, nella nostra società vigliacca innanzi al si dice, è giunto a far temere la sua lingua o la sua penna, è diventato una potenza con cui le autorità medesime hanno da fare i conti. Salicotto fu accarezzato dal potere municipale, fu accarezzato dal ministero, fu adulato dai ricchi, fu adorato dai poveri che lo salutavano loro campione. Egli apparteneva oramai a tutte le commissioni di beneficenza, a tulle le amministrazioni d'opere pie, non si distribuiva un sussidio senza che il cavaliere Salicotto (la sua filantropia era stata ricompensata da una croce) non fosse chiamato a curarne l'erogazione; non succedeva un infortunio, non si lamentava una miseria senza che egli nel suo giornale aprisse una sottoscrizione per venire in soccorso ai disgraziati. I denari piovevano; e i maligni dicevano sotto voce che il filantropo sapeva molto bene trafficarli in suo vantaggio prima di farli colare là dov'erano destinati.
Con ciò il suo giornale prosperava sempre più. In pochi anni Tommaso Salicotto, il figliuolo dell'ortolano, ebbe un suntuoso quartiere per sua abitazione: quello in cui andremo or ora a trovarlo; ebbe delle buone rendite in cartelle del debito pubblico; ebbe una ben avviata stamperia ch'egli aveva stabilita pel suo giornale, e cui la sua influenza procacciava molti guadagni; ebbe la bagattella d'un'entrata annua di cinquanta mila lire.
E colla sua famiglia quest'avventurato filantropico pubblicista come s'era egli regolato?