Il buon villano, per dirla con un'espressione volgare, s'era aperte le quattro vene, affine di mantenere alla capitale il figliuolo a studiare ed a farvi buona figura. Tommaso aveva capito fin da principio che le apparenze sono tutto nel mondo, e che per farsi strada conveniva vestire e spendere come uomo che ha del superfluo. Il tesoretto delle economie di Matteo sminuiva con una rapidità spaventosa, a dispetto delle privazioni che s'imponevano i due genitori; e il buon uomo se ne desolava seco stesso, non sapendo porvi, non dico un termine, ma neppure un freno. Il figliuolo aveva acquistato sempre più sopra la sua famiglia un imperioso ascendente che di poco si scostava dall'assoluto comando. Le maniere cittadinesche e le vesti signorili di lui imponevano a quella buona gente; e quando Tommaso andava a passare alcun tempo col padre e colla madre vi era trattato come un principe che onori l'abitazione d'un suo suddito. Ed egli stava appunto in tale contegno da affermare il paragone: sussiegoso, altiero, parlando poco e con aria di degnazione, era insopportabile a chi lo vedesse, fuorchè agli acciecati suoi parenti.
Coll'andar del tempo, come gli erano rincresciuti i panni della sua nativa condizione, gliene rincrebbe forte che in faccia al mondo apparisse la rozzezza e la bassezza della sua famiglia. Di quando in quando il padre e la madre capitavano a Torino per vederlo, ed egli si vergognava troppo della pezzuola di panno cotone in testa e della vesticciuola corta di bambagia che portava la madre, e della grossolana carniera e del cappellaccio a larga tesa del padre. Li accoglieva freddamente, di mala voglia, talvolta con brusca impazienza. Le donne sono sempre più fini osservatrici che gli uomini; e la madre si accorse presto del dispiacere che le loro visite facevano a Tommaso; ne disse al marito, ma questi non volle credere.
—Eh via: rispos'egli, sei matta. Masino studia, ha sempre il capo farcito di non so quante cose e ciò lo rende distratto, ma nel cuore, l'ho per certo, e' prova, nel vederci, quel gran gusto che noi a venire.
Continuarono a visitarlo; e meno male se si fossero rimasti a passare con esso lui nel suo alloggio una giornata! Ma il padre, felice e superbo d'un tanto figliuolo, voleva uscire a braccetto con lui e farsene accompagnare di qua e di là, e la madre gli occhi larghi, con esclamazione d'ignorante stupore sulle labbra ad ogni passo, gli veniva, facendosi trascinare al braccio, dall'altra parte. Codeste passeggiate erano per Tommaso un supplizio. Egli avrebbe pure agevolmente potuto liberarsene; ma a quel tempo le cose sue non erano ancora prospere, il suo giornale lottava tuttavia con poco felice successo contro l'indifferenza del pubblico, ed egli aveva troppo bisogno della già smunta borsa paterna per arrischiarsi a scontentare addirittura del tutto il povero Matteo.
E sì che quella borsa paterna era già proprio a' suoi ultimi spiccioli. Consumati per l'affatto i risparmi da tanto tempo accumulati, il dabben padre, a pagare i debiti del figliuolo ne aveva contratti de' proprii, ipotecando il poco terreno d'un orto, che possedeva presso a quello del suo padrone. Un dì venne lettera da Tommaso che diceva con laconica disperazione come, se fra tanti giorni egli non avesse una certa somma, sarebbe costretto a darsi a qualche violento partito: il più temperato quello di fuggire dal paese per non tornarci mai più. Pensate se il misero genitore si diede con isgomento le mani attorno per trovare questa somma! E ci riuscì; e nel giorno stabilito, il poveretto se ne arrivò alla città, afflitto, spallidito, dimagrato dall'angoscia di quei pochi dì, dal dolore del sacrifizio che aveva dovuto fare, come da una malattia di mesi, a porre in mano del figliuolo i chiesti denari: ma egli per ciò era stato obbligato a vendere ogni sua masserizia, il dilettissimo orticello, ed egli e sua moglie, già innanzi negli anni, si trovavano senza asilo, senza possessi, quasi senza pane! Pure non un lamento, non un rimprovero spuntò sulle labbra del povero vecchio, e quando Tommaso, ringraziandolo con una certa effusione, lo strinse fra le sue braccia, egli quasi quasi credette di essere in abbondanza ripagato di tutto.
Matteo abbandonò il villaggio nativo, dove non c'era più mezzo per lui di ricavar da vivere, e con che dolore ciò facesse è facile pensarlo; ed ebbe la fortuna di trovare ad allogarsi, in paese dal suo non molto lontano, come giardiniere e coltivatore d'orto presso un proprietario. A Tommaso parve una buona ventura che suo padre abbandonasse il villaggio natale: così era rotta ogni sua attinenza con quel luogo e quella gente che avevano vista la sua povera infanzia e conoscevano le sue troppo umili origini.
Intanto per l'ambizioso il sacrifizio del padre parve avere aperto il corso delle prospere sorti. Egli aveva incominciato a vivere da signore, e la presenza dei genitori in mezzo al suo sfarzo gli rincresceva sempre più. Un giorno padre e madre ebbero il torto di soprarrivare a visitarlo, mentre Tommaso aveva seco una brigata di giovinotti dal più al meno eleganti, male lingue tutti. Figuriamoci di che gusto dovette riuscire a Tommaso quella visita! Accolse i genitori colla freddezza con cui si tratta un inferiore importuno, e traendoli brusco in altra stanza non mostrò solo col contegno, ma anche colle parole, quanto lo seccassero, e quindi lasciatili ambedue mortificati, senza curarsi maggiormente di loro, andò a raggiungere la comitiva.
—Chi sono quei villani? udì Matteo domandare nella stanza vicina da uno di quei signorini dagli occhiali inforcati sul naso.
E suo figlio a rispondere:
—Sono i coltivatori di una mia tenuta. E' mi hanno visto bambino, e, povera gente, mi voglion bene come lor figliuolo.