—Giuggiole! che delizia! gridò Antonio levando le mani di tasca per cacciarseli entro i capelli: e corse al desco, ne tirò fuori a mezzo il cassetto, vi prese dentro un tòcco di pane inferrigno che c'era, lo divise in tre pezzi e ne porse uno a ciascuno de' ragazzi.

I quali, con un'unanimità maravigliosa d'avviso, cessarono di botto dal piangere per mordere dentro il pane a piena bocca.

Ma non tacque la Rosina.

—Che storia è questa? saltò su essa cessando dal cucire per mettersi le mani sui fianchi, incollerita. Che cosa sono io? un ceppo forse? o un coccio? o una pantofola? Ho detto che quei furfanti sarebbero stati senza colazione; ed è a quel modo che tu insegni a' figliuoli a rispettare la mamma? Che sì, ch'io non so chi mi tenga dall'andar a levar loro quel tozzo di mano e trartelo sul naso a te che più che vizi non sai dare a que' martuffini, degni figli tuoi… E veramente che sei tu a guadagnar loro il pane! Quell'avanzo lì, sai che cos'è? È l'ultimo resto de' miei pendentini d'oro che si sono portati al Monte… Ma tu hai in dispregio la moglie…

—Ma no, ma no, protestò Antonio.

—Ma sì, ma sì; insistette la Rosina; e vuoi che anche i tuoi bambocci abbiano in un calzetto la mamma…

—Via, via Rosina: disse Antonio umilmente, stai buona; vuoi che lasciassi romperci i timpani da que' strilli?…

—Uhè! uhè! uhè! cominciò il bimbo nella cuna, il quale non era più dondolato.

—Oh che vita! oh che vita! esclamò la Rosina rimettendosi ad agitare la culla.

—Oh che vita! oh che vita! ripetè Antonio riprendendo la sua passeggiata traverso la stanza.