Erano passati parecchi anni in questo modo, quando Vanardi, spintovi dalla rinomanza di Salicotto, suonava timidamente il campanello dell'uscio del pubblicista per supplicarne la sua generosa protezione.
Ed ora che lo conosciamo per bene, possiamo seguitare il nostro amico
Antonio e penetrare con esso nel santuario del famoso filantropo.
XVII.
—Che cosa volete? chiese il domestico che venne ad aprir l'uscio, in tono orgoglioso quand'ebbe squadrato la povertà degli abiti del visitatore.
—Parlare al signor cavaliere: rispose umilmente Vanardi.
Il servo si levò di mezzo all'apertura de' battenti e lasciò il passo.
Il pittore entrò levandosi il cappello e incurvando la schiena.
Attraversarono, il domestico primo e Antonio dietrogli, un'anticamera piuttosto vasta, lastricata da formelle di marmo bianco e bruno avvicendate, e intorno alla quale, alle pareti, stavano armadii di legno inverniciato di color bigio. S'intromisero in un corridoio che n'era a capo, volsero a sinistra, entrarono in un salotto ben riparato, ben caldo, con un soffice tappeto sul pavimento, con comodi ed eleganti sedili d'ogni fatta, tappezzato di fine carta azzurrina a fiorami appannati del medesimo colore ma più scuro, adorna di buone pittura di paese, appiccate con cornici alle muraglie, rallegrata da un vivace fuoco nel caminetto.
—Aspettate qui: disse il domestico a Vanardi. Il signor cavaliere è là nel gabinetto (ed additava un uscio a vetri in faccia a quello per cui erano entrati); ha seco qualcheduno; appena sarà libero, potrete parlargli.
E poste ancora alcune legne sul fuoco, se ne andò lasciando solo il pittore.
Questi cominciava a conoscere che nel mestiere di supplicante, la prima cosa da impararsi è il fare anticamera.