—Si dia la pena di passare qui nel mio gabinetto.
Lo fece entrare nello studiolo, sedette nella sua poltrona innanzi alla scrivania e fece sedere Vanardi sur una seggiola vicina.
Il cavaliere Tommaso Salicotto era tal quale lo aveva descritto la Rosina: grosso, tozzo, con un testone insaccato nelle spalle larghe e rotonde, il colore ulivigno, neri i capelli che aveva abbondantissimi e portava lunghi, pioventi fin sopra il bavero del vestito, nera del pari la barba, di cui lasciava crescere i baffi ed il pizzo al mento. L'occhio era nero ancor esso, e non mancava di vivacità, ma la guardatura non n'era schietta. Le chiome aveva piantate giù verso le sopracciglia da fargli la fronte bassa, ma questa era larga alle tempia e pareva quasi una lista al di sopra della faccia che la riquadrasse. Le traccie della sua origine villereccia gli si leggevano chiare nelle sembianze e nei modi, a dispetto del suo vestire elegante onde cercava dar garbo e distinzione alla sua persona.
Stette un poco ad osservare il suo visitatore, il quale non sapeva troppo che contegno tenere, poi gli chiese con tutta cortesia.
—Con chi ho l'onore di parlare e in che cosa posso servirla?
Antonio levò lo sguardo sopra chi lo aveva interrogato, e lo sguardo di costui fu lesto a guizzar via. Il povero pittore stava pensando che la sua prima accontagione con quel famoso filantropo era bene strana; poichè era arrivato nel punto in cui scacciava di casa sua un povero vecchio. Certo tutti i torti dovevano essere dalla parte di quest'ultimo; ma pure!…
Com'egli esitava, Salicotto riprese:
—Ha ella qualche difficoltà a dirmi il suo nome?
—Oh no: rispose vivamente Vanardi, e gli disse tutto l'esser suo.
—Bene! esclamò il giornalista. Ho molto piacere di conoscerla. Ella pittore, io scrittore; siamo si può dire, artisti entrambi; siamo quasi fratelli, o d'altronde tutti gli uomini sono tali.