La lettera che Matteo aveva recata a Marone era del tenore seguente:
«Pregiatissimo sig. Marone,
«Vengo a sollecitarla ancora una volta a proposito di quel tal quadro, di cui ella non mi ha più fatto saper nulla.
«Il mio desiderio di possederlo si è accresciuto a mille doppi, ed io sono disposto a pagarlo qualunque prezzo. Siccome non vorrei a niun modo trovarmi a fronte di quel Vanardi, ho accettato volentieri l'offerta che ella mi ha fatta di agire in questa occorrenza per conto mio; ma sono troppo impaziente per istar tanto tempo ad attendere senza risultato. Abbia dunque la compiacenza di mandarmi scritto qualche cosa intorno a ciò pel medesimo ortolano al suo ritorno qui, e mi creda
«Suo devotissimo
«NICOLÒ NICOLAZZO.»
Marone, in conseguenza di questa lettera, esatti dallo speziale i denari della pigione, si era risoluto ad andare di bel nuovo in casa il pittore, a tentare la prova.
Saputo dalla portinaia che Antonio era uscito, tanto più sollecito e volentieri il padron di casa aveva salite le tante scale che conducevano all'alloggio del pittore, in quanto che sapeva che l'uomo era poco disposto a spogliarsi di quella tela e sperava invece molto più arrendevole la moglie. Rosina infatti trovò una proposta degna di accettazione quella che le venne fatta di dare quel quadro in pagamento dell'affitto dovuto, ma pur tuttavia non osò acconsentire al patto senza prima averne parlato col marito.
Marone adunque doveva partirsene senza aver nulla concluso; e se ne andava per rispondere al signor Nicolazzo: quando in alto di quell'ultima ripidissima branca di scala che metteva nel corridoio delle soffitte si trovò faccia a faccia con Giovanni Selva che saliva. Quest'incontro gli piacque poco; avrebbe desiderato che non si fosse saputo di questa sua venuta, e tanto meno da codesto amico del pittore con cui aveva avuto pochi giorni prima, riguardo a quel ritratto, l'abboccamento che fu narrato. Marone salutò in fretta: si strinse al muro, e fu sua intenzione sgusciar via per discendere sollecito; ma egli non aveva più l'agilità d'un giovinetto, e sugli scalini eravi ghiacciata l'acqua caduta dalle secchie portate su dai casigliani: al povero Marone mancarono di botto i piedi di sotto, ed egli rotolò con tutto il peso della sua grossa persona quasi fino al fondo di quella branca di scala.
Giovanni corse a ricoglierlo su, chè l'altro urlando disperatamente non poteva levarsi da solo. Ma quando si trattò di star sulle gambe e di muovere il passo, non ne fu niente: un piede gli doleva di guisa che non poteva nemmanco appoggiarlo per terra. Marone gridava più forte che mai, e Selva non sapeva che cosa farsene.
Tutte le comari delle soffitte, all'udire il rumore della caduta e le grida, erano corse fuori a vedere che fosse, e fra loro prima la Rosina, che a capo scala mandava esclamazioni, interjezioni e parole ammirative, offrendo però con quel buon cuore, che era sua dote precipua, la sua casa e tutte le sue robe in sollievo del mal capitato.