Selva, il quale si reggeva fra le braccia il non lieve peso del padrone di casa, non vide altro partito migliore che quello di accettare lo offerte di Rosina, ed aiutato da alcuno degli accorsi trasportò Marone che urlava come un indemoniato sino sul letto di Antonio, dove allogatolo, Giovanni discese tosto nella spezieria di messer Agapito, perchè vi corresse a prestare al caduto i soccorsi dell'arte.

La spezieria era piena di gente e ci aveva luogo un'animata conversazione, in cui teneva il campo messer Agapito, che gestiva colla sua presa di tabacco fra le dita.

Si parlava della meravigliosa scoperta fatta quella mattina medesima dallo speziale intorno al famoso cavaliere Salicotto, e se ne facevano i più caritatevoli commenti, e se ne deducevano le più innocenti conseguenze che sappiano la malizia umana, l'invidiosa maldicenza e la malignità pettegola.

Tra questi accusatori insieme e condannatori, il più gentilmente maligno e severo si mostrava l'elegante dottor Lombrichi, il quale ravviandosi con un pettinino di tartaruga i peli dei suoi baffetti e del suo pizzo, guardandosi con ingenua compiacenza nello specchiettino che stava sul manico custodia del piccol pettine, facendo vedere in un grazioso sorriso i suoi denti bianchissimi, provava chiaro come il sole, che il filantropo, nuotando nell'oro, lasciava morire di fame suo padre, la qual cosa era l'azione più scellerata che uomo potesse commettere.

Tutti approvavano con entusiasmo siffatte conclusioni, ed era cosa certa che di quella mattina medesima, per opera di quella brava gente raccolta nella farmacia, la notizia dell'essere e della condotta di Salicotto si sarebbe sparsa per tutto il quartiere, il che non avrebbe però impedito menomamente che quegli stessi valentuomini, trovando per caso il signor cavaliere, non l'inchinassero con tutta riverenza.

Fece diversione al discorso Giovanni Selva entrando ad annunziare la disgrazia di Marone.

—Come! Il mio buon amico Marone, esclamò con interesse il dottor Lombrichi, mettendo in fretta il suo pettinino richiuso nel taschino del panciotto; poi si alzò da sedere, s'abbottonò il pastrano e con gesto che non sarebbe stato disacconcio ad un eroe che partisse pel campo di battaglia, soggiunse:

—Andiamo un poco a vedere; messer Agapito, veniteci anche voi con qualche vostro cordiale.

Ad Agapito non tornava gran che il rimettere la punta del naso nell'alloggio della Rosina, e se ne sarebbe volentieri astenuto, dove la sua benedetta curiosità non lo avesse spinto ad andare sollecitamente a vedere coi proprii occhi ciò che era capitato. Diede dunque di piglio ad alcuna delle sue boccette di spezieria, e seguì Giovanni ed il dottore su per le scale.

Rosina si affaccendava con tutto zelo intorno al signor Marone, il quale non cessava di lamentarsi come un uomo alla tortura, e la non mostrò neppure d'aver visto lo speziale che era entrato chetamente in coda agli altri.