—Mio caro, finalmente la povera Gina è trovata!
Giovanni domandò spiegazione delle pronunziate parole a Vanardi, il quale gli disse in breve ciò che testè era intravvenuto con Matteo: Selva si volse a quest'ultimo.
—Da quanto tempo, gli chiese, codestoro sono in quella villa?
—Da due anni e più… sì, saran due anni all'autunno scorso.
—E' converrebbe, brav'uomo, che voi ci raccontaste per filo e per segno tutto quello che riguarda codesta gente, dal dì che li conoscete. Non e vana curiosità la nostra, ma ci sono in giuoco dei tremendi interessi, e voi, parlando, ci aiutate forse a compire un'opera buona.
Matteo non si fece pregare; e, recatosi alquanto sopra sè, fece di poi il racconto seguente:
—Questi signori arrivarono a Valnota una sera di tardo autunno, che le foglie erano già quasi tutte cadute. Il padrone era venuto pochi giorni prima a far mettere in ordine il casino, e non ci aveva detto altro se non che dall'oggi al domani sarebbero capitati dei pigionanti ai quali egli stesso avrebbe rimesso le chiavi… Quando giunsero, ventava forte e cominciava far piacere lo stare presso al fuoco. C'eravamo appunto mia moglie ed io e Gaspare, un bardotto di garzoncello che mi tengo per aiutarmi nei lavori più grossi. Sento la trottata di due cavalli… che da noi la notte è tanto quieta da sentire il soffio della grisa, che è la nostra cavalla, ad un centinaio di passi lontano… Sento adunque il trotto di due cavalli e il rotolare d'una carrozza che si ferma all'altezza della palazzina civile. Pan, pan, pan: si picchia forte al portone… Convien sapere che il casolare che noi abitiamo è in fondo al cortile; il palazzotto è verso la strada, e il suo portone ci mette; il giardino è da una parte e l'orto dall'altra della palazzina; noi, dal nostro casolare, abbiamo anche un'uscita di dietro che dà sopra una viuzza per cui si va ai campi.
«—Sono i forestieri che il padrone ci ha annunziati: dico subito alla moglie.
«—Può darsi, risponde essa.
«—Accendi un lume; le dico: io e Gaspare andiamo ad aprire.