—Oh tanto! oh tanto! esclamò la poveretta; poscia, prendendo una mano del contadino e serrandola: per amor di Dio non mi abbandonate!…

Matteo fu vinto.

—Ebbene, venite, disse bruscamente; siete una buona e brava giovane, me lo ricordo, che il lavoro non ispaventa. In un modo o nell'altro si troverà bene dove allogarvi e forse, forse… Basta, non sarà mai Matteo che lascierà mancare d'aiuto una sua compaesana.

XX.

Matteo ed Anna arrivarono sull'imbrunire al paese a cui dovevano discendere dal treno della ferrovia, affine di recarsi poi per una strada comunale alla villetta in territorio di Valnota.

La giovine incominciava a riconoscere i luoghi della regione a cui apparteneva il suo paesello e il cuore le palpitava dolcemente. Ella poteva già scorgere le sue montagne, le sue valli, le dilette pendici; e quei luoghi le richiamavano vivo vivo il passato alla mente, e la ritornavano, come dire, nella tranquillità e nelle gioie d'una esistenza ch'ella aveva affatto perduta da quel momento, in cui ella aveva dato l'addio al suo villaggio. Gli occhi le si inumidivano di lagrime, ed ella, stringendo il braccio del vecchio contadino che le stava accosto, designava col dito ogni picco, ogni punta di collina che le apparisse, dicendone il nome con vero affetto.

Commozione siffatta si comunicava al buon Matteo che amava pur esso di pari amore quella contrada, e quasi pareva anche a lui di rivederla con nuovo e maggior diletto, e un medesimo sentire attemperando quelle due anime faceva nascere tra di loro una più spiccata simpatia. E poi, al povero vecchio, cui tanto dolore aveva dato un figliuolo, la confidente amorevolezza e la quasi figliale osservanza con cui quella giovane lo trattava riusciva come un sollievo, leggero sì, ma pure non inefficace. Ed alla giovane, avvezza ai mali trattamenti d'Agapito, priva da tanto tempo di ogni mostra non che d'affezione, ma del menomo interesse, il piglio buono, famigliare e schietto del vecchio era una squisita e cara amorevolezza.

Uscirono dalla stazione il vecchio prima e la ragazza dietrogli. Gaspare era fuori sulla spianata, ritto sulla carrettella, che faceva chioccare la frusta a tutt'andare di braccio per annunciare la sua presenza, e il cavallo bigio dell'ortolano, fra le stanghe del veicolo, teneva giù la testa verso terra, senza commuoversi punto a quello schioppettio.

In breve furono saliti nella carrettella, il vecchio e la giovine ch'egli conduceva seco, a veder la quale Gaspare il garzone si era stupito non poco, non sapendo chi ella potesse essere e per qual modo avere col suo padrone attinenza.

Non ci volle molto tempo, benchè il cavallo non fosse de' più veloci corridori, per giungere alla loro destinazione. Il bianchiccio del palazzotto cominciava ad apparire nello scuro della notte, che era discesa intieramente. Non un lume ci si vedeva, non una riga di luce che filtrasse pel fesso d'una imposta di finestra. Gaspare fece voltare il cavallo in una straduccia più angusta, peggio mantenuta, sfondata e guasta, la quale menava alla porta per cui s'entrava nell'abitazione rustica, e per cui passavano sempre i contadini. Quella porta era chiusa, ma Teresa, avendo udito il rotolare della carrettella sul suolo ineguale e ronchioso della stradicciuola, si veniva affrettando ad aprirne i battenti. Gaspare fermò la grigia e saltò giù ad aiutare la padrona a spalancare le pesanti imposte del portone.