Anna aprì i vetri. S'era messo un tempo fosco, basso e d'un freddo umidiccio che penetrava nelle ossa e gelava il sangue. Un nevischio minuto minuto turbinava sotto le folate d'un vento del nord che fischiava fra i rami secchi degli alberi e alle cantonate delle case. La nostra giovane non udì voce umana, e facilmente si persuase che il sibilo del vento l'aveva tratta in inganno.
La donna della camera in prospetto parve pure tranquillarsi in quella; essa s'era ritratta e non compariva più che a maggiori intervalli lenta e quieta come persona che passeggi sovrapensieri. Anna si tolse alla finestra mezzo abbrividita, richiuse le imposte, e quando si trovò poi ben coperta e ben riparata nel suo letto benedì anche una volta il Signore che le avesse concessa una tanta fortuna.
XXI.
Quanto tempo avesse dormito, Anna non lo avrebbe saputo dire; quando fu svegliata nel cuor della notte da un forte e pressante picchiare all'uscio da basso.
Saltò su sollecita, mentre udiva la voce del servitore Gaspare che gridava:
—Chi va là?
—Son io, sono la Menica: rispose una voce di donna.
—Vengo subito.
—Oh, non occorre. Io scappo tosto, chè qui c'è da agghiadare… È la padrona che sta male, e non vuol più veder nessuno intorno a sè, e la Teresa è la sola cui forse la soffrirà d'avere allato. E il padrone mi manda a pregarla volesse un poco venire….
La Teresa medesima, che aveva udito il dialogo, qui entrò in mezzo.