La Menica attendeva al pian terreno. Si stupì assai nel vedere una giovane che non conosceva punto; ma Gaspare avendole spiegato la cosa in poche parole, essa li lasciò montare ambidue al piano di sopra.
Appena ebbe udito i passi di due persone che si accostavano, il marito di Gina, che vegliava nella stanza precedente a quella dell'inferma, corse loro incontro ed aprì l'uscio.
Anna, all'aspetto di quell'uomo, fu per indietrare dalla paura. La poca luce che mandava dall'interno della stanza la lampada accesa faceva parere più infossate, più livide, più cadaveriche le guancie di lui; l'occhio fosco, affondato, irrequieto, brillava d'una fiamma sanguigna; il contrarsi delle mascelle e delle labbra aveva qualche cosa di spaventato e di spaventoso, di feroce e di doloroso insieme. Dalla stanza di Gina venivano più miserevoli, più strazianti i lamenti.
—Che volete? chi siete? chiese bruscamente quell'uomo, vedendo la faccia sconosciuta di Anna.
Gaspare entrò innanzi ed espose l'ambasciata. Orsacchio appena lo lasciò finire.
—Che storia è questa? esclamò egli ruvidamente. Lo sapete ch'io non voglio gente estranea per casa. La Teresa non vuol venire? E se ne stia… Andatevene, non ho mestieri di nessuno.
Ma in quella la povera Gina gettò un grido più acuto d'ogni altro: la si udì sclamare:
—Sangue! sangue alle mani! Ah, quel sangue!
Ed un tonfo che risuonò fece capire ch'ella aveva dato uno stramazzone per terra.
Accorsero tutti nella stanza vicina senza più parole. La misera donna si giaceva disanimata, bianca come un sudario, gli occhi chiusi attorniati da un livido cerchio, uno de' smagriti e deboli bracci sotto il capo abbandonato: nel suo deliquio doloroso, nell'eccesso del suo male pur bella tuttavia.