Ed ella, peggio atterrita che prima:
—State in là….. state in là… Aiuto! aiuto!
—Silenzio! ripetè Orsacchio venendole sopra.
L'infelice si rannicchiò tutta nell'angolo, tremando, palpitando, senza più forza, non che a mandare un grido, ma ad avere il respiro.
Un colpo fu picchiato all'uscio colla nocca delle dita. Orsacchio fu d'un balzo ad aprire. Era l'oste che veniva ad avvisare i cavalli essere attaccati alla carrozza e il postiglione già in sella.
—Sta bene: disse Orsacchio; noi scendiam tosto.
Richiuse la porta e si riaccostò a Gina. Gli occhi e la guardatura della misera erano quelli di un dissennato. Le riabbassò il velo innanzi al volto, le fe' cenno d'avviarsi ed essa obbedì; le fece scendere le scale, la invitò a salire nella carrozza ed essa ci montò, ma schivando di toccar la mano ch'egli le porgeva; e' sedette presso di lei, e fu ripreso il viaggio.
Qualche tempo essi dimorarono in un riposto casolare della Svizzera. Che vita fosse quella dell'infelice donna, immaginatelo voi. Vivevano affatto soli, ella ed il suo carnefice, segregati dal mondo; ed ogni ora, ogni istante era un tormento per lei. Nel farla soffrire cotanto, il crudele marito soffriva ancor egli; ma questi patimenti a lui erano cari, si facevano ogni dì più una necessità dell'anima intristita.
Ma il cielo ebbe pietà della misera Gina. Le tolse a poco a poco la ragione.
Allora alcuna ora di riposo, anche di bene, le fu concessa. Anzi tutto Orsacchio si atterrì la prima volta ch'ei fu chiaro di questa tremenda verità. Parve anche a lui un momento che la sua vendetta fosse ita tropp'oltre: ebbe del suo fatto come l'ombra di un rimorso. Inoltre, quella donna, cui egli ferocemente godeva di straziare, per uno di que' strani misteri che ha il cuore umano, egli insieme odiava ed amava più che non l'avesse amata mai prima. Temette morisse, e questo pensiero gli fu dolorossisimo; lasciò che all'infelice non venisse più altro tormento da lui fuor quello della sua vista e della sua presenza. Poi la pazzia, che ad intervalli assaliva la sventurata, non sempre le recava penose fantasie e tristi vaneggiamenti. Alcune volte ella si credeva fanciulla ancora, libera di sè, lieta, amante ed amata, e in isplendide, dilettose visioni, le appariva più bello, più caro, più amoroso il suo Adolfo a vagheggiarla, a sorriderle, a susurrarle incantevoli parole d'amore. Allora fra l'uomo e la donna rimanevano scambiate le parti, e questa diventava involontario tormentatore, e quegli soffriva i più acuti spasimi d'una gelosia da non potersi dire. Invano tentava egli rompere quei sogni dilettosi e trarre la riconfortata donna nella tristizia della realtà; la dissennatezza era più potente di lui, ed ella, non turbata punto, continuava il suo cantico d'amore e le sue felici visioni. Dopo queste benefiche crisi, Gina cadeva in una mestizia profonda, ma mite, che le concedeva per giorni parecchi sfogo d'abbondevolissime lagrime. Era ciò che la teneva in vita.