—Quattro figli.

Carlotta non istette a pensarci nè tanto nè poco; fece un attuccio graziosissimo colla testa, come per dire «voglio così» e prese per mano senz'altro il pittore.

—Venite, disse, vi menerò io dalla marchesa.

Il domestico ch'era lì presente si mostrò tutto scandolezzato.

—Carlotta! esclamò egli in tono che significava: «Guarda che fai! questa è troppa temerità.»

La giovane rispose crollando vezzosamente le spalle.

—Eh! lasciatemi fare… il turco è fuori di casa, e quando venga… se questi ci è ancora… ebbene gli diremo… gli diremo che son io che l'ha fatto entrare… oh bella!

E trasse Antonio nella stanza della marchesa.

Era un antico salone, proprio di quelli degli antichi palazzi in cui non si misurava con avara parsimonia lo spazio come nelle costruzioni moderne, con antichi mobili, antiche tappezzerie, antichi quadri, si sarebbe detto antica atmosfera. Entrando colà vi sareste creduti trasportati nel secolo scorso, e in mezzo a quell'ampio ambiente, fra tutta quella roba alla rococò, vi sareste aspettati da un momento all'altro di veder comparire un guardinfante od una parrucca incipriata.

Quasi ugualmente antica come le cose che l'attorniavano era la padrona di quel palazzo e di quelle ricchezze. Ella, meglio che seduta, sepolta in una gran poltrona, con attorno un esercito di cuscini, stava presso alla gran caminiera, entro la quale ardeva un fuoco poco meno che spaventoso. A ripararsi dall'ardenza che mandavano esorbitante le legna cui consumava la fiamma vivace e le braci accese, aveva innanzi un parafuoco di legno di mogano nella intelaiatura, con una stoffa di seta ricamata a personaggi sbiadita nel colore. Comechè regnasse in quella stanza una caldissima temperatura, la marchesa era tuttavia sotterrata da una montagna di varie pelliccie e scialli e mantelletti coll'ovatta; così bene che la non appariva che come un enorme fagotto di robe da cui sporgesse una testolina, con una gran cuffia bianca a ricciatura di tulle tutt'intorno, con una faccetta sottovi, ammencita, ossea, del color della pergamena, corsa in tutti i sensi da minutissime rughe. Questa testolina si dondolava di continuo per un moto meccanico e involontario; e per questo medesimo le mascelle non cessavano mai da un atto che sembrava un masticare.