E la testolina oscillante della marchesa si chinò verso il suolo da una parte e dall'altra della poltrona, poi s'agitò vivamente irrequieta.
—Oh mio Dio!… Dove l'è?… Mimì, Mimì. Non c'è più… Cercatela.
La cagnuola dormiva raggomitolata sopra uno sgabello lì vicino.
—La è qui: disse Carlotta additandola alla marchesa.
—Povera piccina! esclamò la vecchia con un'intonazione di tenerezza, di cui si sarebbe creduta incapace quella voce squartata. Portatela qui, adagiatela sulle mie ginocchia.
Carlotta prese quell'informe ammasso di carne grassa e spelata che era la cagnolina, e non ostante la protesta ch'ella, destandosi di botto, fece con un vociare che somigliava ad un grugnito, venne a deporla sulle pelliccie della marchesa.
—Non farle male: esclamò questa commossa a quel lamento della brutta e schifosa bestiola.
Questo fatto, chi lo avrebbe detto? tornò in aiuto di Vanardi; il quale si stava là nel fondo della stanza dritto, impacciato, col suo cappello in mano, senza sapere se meglio era inoltrarsi o partirsene chetamente senz'altro.
Mimì, appena svegliata e sulle ginocchia della padrona, avvertì la presenza di un estraneo; onde senza acquattarvisi tosto come soleva, ma stando invece sulle sue piote podagrose, cominciò a ringhiare fra i pochi denti che le rimanevano, poi volti in giro gli occhi cisposi e visto lo sconosciuto, si mise ad abbaiare con tutta la forza di cui essa era tuttavia capace.
—Che cosa c'è? domandò la marchesa agitata. C'è qualcheduno qui.