Vanardi non sapeva che cosa rispondere e si tacque.

—Accostatevi: disse la marchesa.

Il pittore ubbidì. Allora si vide quell'involto di pelliccie e di coperture d'ogni fatta agitarsi per un moto interno che durò alcun tempo, finchè una mano scarna, magrissima, dal color della cera antica ne venne fuori. Questa mano si diede tosto a cercare, frugare e rifrugare qua e là per la poltrona.

—I miei occhiali, Carlotta; dove sono i miei occhiali?

Erano sul tavolo vicino. La cameriera li prese e li diede alla padrona; la quale messili a cavalcioni sul naso si pose a squadrare l'uomo che le stava dinanzi.

Fortuna volle che Mimì, abbonita dalla pastina di Carlotta, sentisse non so quale simpatia o curiosità per quell'uomo che non avea mai visto: onde guardando verso Antonio prese ad agitarsi sulla farragine delle pelliccie della padrona ed a gemicolare sommesso.

La marchesa non tardò ad accorgersi di questi diportamenti della sua favorita.

—Carlotta, diss'ella, vedete che Mimì la vuol scendere. Suvvia, prendetela adagino e mettetela a terra.

E con occhio irrequieto tenne dietro all'operazione che la cameriera s'affrettava ad eseguire.

Appena la cagnetta ebbe tocco il tappeto del pavimento, la corse, come le concedevano la pinguedine e la gotta, verso Vanardi, e per benigna protezione di non so qual nume, giuntagli ai piedi, si pose a fargli quel tanto di festa ch'ella sapeva, a dimenare un simulacro di coda e tentare di drizzarsi sulle piote deretane per appoggiare le anteriori alle gambe di lui.