Vanardi, benchè molto glie ne pesasse, e gli paresse quasi una viltà, si abbassò verso la bestiola e ne accarezzò con la mano il dorso sconciamente grasso e privo di peli. La vecchia signora che aveva guardato con interesse sempre crescente i moti e gli atti della Mimì, drizzò al volto d'Antonio la sua faccia impresciuttita, sulle cui labbra tirate c'era la smorfia di un sorriso.

—Oh, oh! esclamò essa in sul piacevole; Mimì vi protegge. Vieni qui Mimì… Da brava, vieni qui…. Accostatevi ancora, mio caro… Come vi chiamate?

Antonio ripetè il suo nome.

—Avanzatevi…. ancora un po'… lì, più presso a me… così… Carlotta date un'altra pasta alla piccina… Com'è cara, neh? soggiunse volgendosi a Vanardi… Poi tosto di nuovo a Carlotta che offriva la pasta alla cagnetta: non la vuole?… Guardate se la preferisce un pezzetto di zuccaro.

La schifiltosa bestiola si degnò finalmente di accettare una zolletta, e quando la padrona ebbe visto che i pochi avanzi dei denti di Mimì si erano cimentati vittoriosamente colla durezza dello zuccaro cristallizzato, tornò badare ad Antonio.

—Ebbene, brav'uomo, gli disse, contatemi su i fatti vostri.

Mentre egli s'accingeva a parlare, la marchesa nascose accuratamente sotto le pelliccie la destra che aveva tratta fuori poco prima e si scosse come se un brivido l'avesse assalita.

—Carlotta, diss'ella, aggiungete della legna; fa freddo qui dentro.

La giovane s'affrettò ad ubbidire, quantunque ce ne fosse già una catasta ad ardere sugli alari.

—Parlate pure: soggiunse tornando rivolgersi al pittore.