—Oh, signor Marone! esclamò Antonio inchinandosi con tutta la mostra della civiltà. Sia il benvenuto; la riverisco.

Anche Rosina si levò da sedere, mosse incontro al nuovo arrivato e gli fece una bella riverenza, dicendo con un bel sorriso:

—Serva sua.

Marone si avanzava con un risolino, che voleva essere grazioso, alle labbra. Era grande e grosso come un facchino, e vestiva da sacristano: sulla sua feccia da villan rifatto voleva mettervi a forza qualche cosa di umile, di piacevole, di benigno, e non riusciva che ad una smorfia; teneva gli occhi abitualmente rivolti a terra, ma li alzava spesso verso il cielo. Le mani che ora tenevano, l'una il cappello frusto e l'altra il bastone, soleva quasi sempre intrecciare insieme come fa chi prega; aveva una voce rauca e grossolana, ch'egli si provava a rendere mite e benevola; in poche parole portava l'aspetto d'un impostore, e il suo aspetto era la cosa più franca e veritiera che fosse in lui.

S'inoltrò nel camerone e oltrapassò la linea del paravento, mettendo così il piede nella parte più intima della dimora di quella famiglia e si fermò a pochi passi dalla tavola su cui Rosina alzandosi aveva gettato alla rinfusa i panni intorno a cui stava lavorando; piantò in terra la sua mazza, vi appoggiò su le due mani una accavallata all'altra, e fatti scorrere que' suoi occhi di talpa, quasi di furto, su Vanardi, su Rosina e sui tre ragazzi che si erano fermi in gruppo, il tozzo di pane in mano e gli occhi larghi, a guardare il nuovo venuto, disse con voce tutto dolciata:

—Buon giorno, miei cari. Lei sta bene, signora Rosina?

—Benone, grazie. Oh, quanto a salute non è quello che ci manca.

—E lei, signor Vanardi?

—Benonissimo; e se si potesse batter moneta coll'appetito vorrei anch'io diventar proprietario di casa.

Marone fece una risatina falsa come una filza di perle di vetro.