—Avanti.

Ci entrò, non Marone, ma la vecchia di lui fante.

Voi sapete che il giorno innanzi il padrone di casa di Antonio era caduto giù dalle scale e s'era slogato una gamba; non potendo quindi venire, mandava la serva con una sua lettera in cui, narrando la disgrazia avvenutagli, pregava il signor Pannini a volergli recare a casa la somma in discorso, che glie ne avrebbe fatta una fiorita compitezza.

Negli occhi di Gustavo balenò una fiamma di gioia. Non fu riflessione, fu come una trista ispirazione dell'inferno. Si mise alla scrivania, e rispose a Marone, quella sera non poter egli rendersi alle brame di lui, ma il domani senza fallo sarebbe ito col denaro. Piegò la carta, vi pose il suggello e la diede alla fante la riportasse al padrone. La sua mano tremava un pochino. Quando la donna fu uscita, il giovane, pallido e cogli occhi sconvolti, corse al tavolo, abbrancò sacchetti e involti delle polizze, serrò tutto fra mani, fra le braccia, al suo petto, con febbrile passione.

—Tutto questo è mio, esclamò; fuggirò… Prima di domani a sera non si saprà nulla… Andrò in America… Là in pochi anni mi farò ricco a milioni… Ricco!.. ricchissimo!..

Pose nelle sue tasche l'oro e le carte di valore; tremava come assalito dalla terzana: non era più in sè: uscì ratto e dovette tornarsene indietro a prendere il cappello che dimenticava. Aveva sulla faccia l'impronta più della pazzia che del delitto. Quando fu nella strada vide passare una carrozza da nolo venturosamente vuota; la chiamò, ci saltò dentro e diede l'indirizzo per a casa sua. Era l'imbrunire e i lampioni delle strade cominciavano ad accendersi qua e colà. A casa lo aspettavano pel pranzo. Nello scendere di carrozza egli ci pensò. Con che viso sarebbe venuto innanzi allo suocero ed alla moglie? E poi conveniva partire il più presto possibile, e che i suoi, cercando di lui, non dessero l'allarme; e s'egli parlava loro di partenza l'avrebbero oppresso di richieste e postolo troppo agevolmente in imbarazzo. Tutto questo gli passò pel capo in un baleno; e il suo partito fu preso di botto. Entrò dal portinaio e chiese un fogliolino di carta: ci scrisse su poche righe in cui diceva alla moglie, per ragione del suo ufficio aver egli da partir tosto e star assente alcuni giorni, non volesse quindi darsi pena del non vederlo, e lo scusasse anche presso lo suocero dell'allontanarsi così senz'altri saluti, ma necessità lo voleva.

Diede la lettera al portiere perchè la recasse tosto su a Lisa, e tornato nella carrozza ordinò al cocchiere lo menasse in fretta allo scalo della ferrovia, da cui stava giusto per partire a quell'ora un treno.

Al ricevere di quel biglietto, Lisa, col meraviglioso istinto di donna amante, presenti che quella era una disgrazia; non sapeva capire come, venuto fin sotto alla porta, Gustavo non fosse salito a darle almanco un bacio d'addio. Passò una notte agitatissima ed insonne, e pareva, tanta era la sua inquietudine, che ad ogni momento s'aspettasse lo scoppio del fulmine che doveva distrarre ogni suo bene terreno.

E il fulmine precipitò verso mezzogiorno. Lisa e suo padre, dopo l'asciolvere stavano nel salotto, quando una violenta scampanellata risuonò dall'uscio dell'appartamento. Lisa, senza sapere il perchè, sentì il suo cuore mettersi a palpitar forte. Si udì nella stanza precedente il passo concitato d'un uomo ed una voce aspra ed affannata che diceva:

—Non c'è?… È partito?… Voglio veder sua moglie… suo padre… voglio parlare a qualcheduno, io!