Padre e figlia rimasero senza parlare per un po': Lisa aveva sentito che il suo dovere era di accorrere ad assistere la santola che stava male, ma ora il suo cuore era preso da tanto affanno che non aveva risoluzione e coraggio a pur pensare ad altro che quello non fosse: il capitano appariva preoccupato assai. Fu egli finalmente a rompere il silenzio.

—Conviene tu ci vada dalla marchesa, prima perchè è tuo debito, poi…

Ristette come se le parole che avevano da seguire gli fossero penose da pronunziare, e in vero non fu senza sforzo ch'egli soggiunse:

—Perchè se tua matrina ti volesse favoreggiare, ciò ne gioverebbe assaissimo…

Arrossì come uomo in colpa e s'affrettò a soggiungere:

—Non già per noi… ma per poter riparare a tutto… il danno fatto da Gustavo.

Lisa non rispose parola, ma diede in una esclamazione, e corse a vestirsi.

Dieci minuti dopo, ella era pronta ad uscire quando la sorte le mandò un ostacolo ad impedirnela. Era l'autorità giudiziaria che si presentava per procedere ad una perquisizione domiciliare.

La brava Carlotta intanto aspettava l'arrivo di Lisa a casa della marchesa con vera impazienza. Ma il tempo passava, ed ecco alle undici il notaio arrivare ed essere introdotto tosto nella stanza dell'inferma, dove già erano il curato ed il dottore. La signora Pannini non s'era ancora fatta viva.

La stanza dell'inferma era in una oscurità quasi completa; nel fondo giaceva la vecchia in un letto suntuoso, cortinato di seta, e il macilento di lei corpo si perdeva affatto sotto le coperture, come il capo quasi scompariva in mezzo dei guanciali di piuma a cui s'appoggiava. Presso al letto stavano il parroco ed il medico: in un angolo della stanza un tavolino con sopravi carta, penne, calamaio, bastoncini di cera lacca ed una candela accesa, con un coprilume opaco che non ne lasciava spandere i raggi all'intorno.