Verso le dieci, ella ode il rumore di parecchi passi nel corridoio delle soffitte; alza vivacemente la testa; ma sono in più, e con chi verrebbe egli Antonio, se fosse lui? Richina la testa scoraggiata; eppur sì, tutti quei passi si sono fermi all'uscio del camerone. O cielo! ci picchian dentro. Un forte palpito la colse. Fosse avvenuta disgrazia ad Antonio! e glie lo recassero allora sanguinoso, ferito, morto? Si ripeteva il picchiare. Rosina andò ad aprire, e si trovò in faccia quattro uomini sconosciuti, vestiti di nero. Erano il segretario della giudicatura, uno scrivano, un usciere ed un pubblico estimatore che venivano, dietro sentenza del giudice, sulle istanze di Marone, a procedere agli atti esecutivi in odio di Antonio Vanardi.

Rosina all'annunzio che glie ne diè il segretario, sentì mancarle il cuore: sola com'è, vedersi prendere le poche robe e cacciata fuori di casa coi bimbi!… Si mise a pregare, scongiurare piangendo; e il segretario intenerito le dichiarò con evidente rammarico che la volontà del bigotto padrone di casa era irremovibile, e che a loro non toccava che fare il dover loro.

Ma s'era appena incominciato, quand'ecco un susurro nel corridoio di gente che veniva, e poi tosto entrare una frotta, a capo la quale erano Selva, lo speziale Agapito, il filantropo Salicotto, la portinaia e suo figlio, e dietro loro il pizzicagnolo della strada, il panattiere, il carbonaio, tutti i creditori di Antonio, e quasi tutti gl'inquilini della casa.

Ed ecco come avveniva che tutta quella gente fosse lì.

Messer Agapito, si teneva sul passo della porta di sua bottega, secondo il solito. A dire tutto il vero, la noia lo possedeva e lo faceva sbadigliare. Da parecchi giorni era succeduto un cambiamento nella sua vita che non tornava affatto a suo vantaggio: al vecchio egoista mancava qualcheduno da tormentare. La partenza di Anna gli aveva tolto un docile soggetto e sempre lì sotto mano da punzecchiare ad ogni volta gli saltasse mattana: e ciò lo crucciava molto, il brav'uomo ch'egli era.

Tornato a casa quel dì, e trovato in luogo della nipote un biglietto che lo avvisava essere ella decisa a levargli il fastidio e il peso della sua carità per essa, e volersi restituire al villaggio a vivere miserissimamente del suo lavoro, Agapito aveva incominciato per gridare all'ingratitudine ed alla perversità di quella bertuccia, per cui egli aveva fatto cotanto; poi tosto se n'era anzi rallegrato, dicendosi che la era un carico per lui, che la non era buona da niente, e tanto meglio l'esserne disimpacciato. Ma ecco che a luogo di Anna era pure stato costretto a prendere una fante; e questa conveniva pagarla, per quanto meno egli volesse spendere, sempre di più della nipote, a cui non dava la croce d'un centesimo: e la serva non era acconcia a soffrire tutti gli umori e tutte le mattie del vecchio speziale, ma alle aspre di lui parole rimbeccava di santa ragione, e per poco egli volesse imporne la era subito pronta a piantarlo in asso, senza più un cane che lo servisse. Epperò egli nel suo segreto di belle volte lamentava già non poco la mancanza dell'ingrata nipote, e andava macchinando come richiamarla all'ovile.

Ed erano di cotali pensieri che gli frullavano nella mente quella mattina di cui vi discorro; quando Selva presentatoglisi tutto turbato nel volto, disse che veniva appunto in cerca di lui, desiderando parlargli.

Messer Agapito, tutto ingrognato, senza pur tentare di fare il menomo gioco di parole, in tono grave, senza offrire a Giovanni d'entrare in bottega, pescò nella sua tabacchiera di corno una presa, e rispose esser pronto ad ascoltare.

Selva non mostrando d'accorgersi punto punto di queste maniere disse:

—È egli molto tempo ch'ella non ha visto il mio amico Vanardi?