Quella mattina questo signor zio aveva ricevuto per la posta dalla città una lettera, la cui scrittura gli era affatto sconosciuta. Apertala e lettala, gli si offuscò la vista, gli si misero a tremare le gambe, e un forte pallore gl'imbiancò subitamente la faccia.

In quella lettera Giovanni Selva, che il droghiere conosceva di nome e sapeva amicissimo di suo nipote, gli annunziava come Antonio, datosi del tutto al disperato, fosse sparito, scrivendogli i fieri propositi che aveva contro sè stesso, ed abbandonando nella più terribile miseria la sua famiglia, la quale, non osando più raccomandarsi allo zio, si raccomandava all'amico Selva; soggiungeva che di quel giorno medesimo il padrone di casa e moglie e figli di Antonio avrebbe scacciato e fatto vendere la roba loro; aver perciò pensato di scrivere allo zio di cui conosceva il buon cuore, il quale non avrebbe certo abbandonato quegl'innocenti che erano suo sangue e che portavano il suo nome.

Il buon droghiere, che in fondo amava pur sempre il suo figlioccio, rimase come tramortito, voleva fare, voleva correre, e non sapeva nè che cosa, nè dove: aveva un dolore che gli faceva groppo alla gola e confusione alla mente. Si disse, maledicendosi, ch'egli, ch'egli solo era cagione di tanta sciagura. Perchè era egli stato così crudele verso il figlioccio? Suo figlioccio! Era lui che lo aveva tenuto a battesimo. E con questo fatto, e con aperta parola, non aveva egli preso impegno di vegliare continuo sulla sorte e sui giorni di quel ragazzo? E' l'aveva promesso a suo fratello, al padre del piccino: ed era così che aveva mantenuta la sua parola? La colpa d'Antonio che prima gli pareva una montagna ora non era più che un granellino di sabbia. Ricordava la buona indole del giovane e il rispetto che aveva sempre avuto per lui; ricordava il brutto modo con cui egli l'aveva accolto l'ultima volta che era venuto a supplicarlo. Ahimè! Quella era pure stata l'ultima volta ch'ei l'aveva visto. Chè non poteva allora tendergli le braccia e chiamarlo al suo seno nell'amplesso della riconciliazione? Capiva, ora che gli era tolto, tutto il piacere che avrebbe provato nel perdonare.

Ad un punto si alzò di scatto battendosi colla palma la fronte, e cercò tutto affannato colle mani tremanti la sua mazza e il suo cappello. Quando già fuori dell'uscio, tornò indietro, si riempì le tasche di denaro e corse precipitoso verso la dimora del nipote. Gli si era fatto presente che in quel giorno, forse in quel momento medesimo, la povera famigliuola di Antonio veniva cacciata di casa.

Il sopraggiungere del droghiere pose fine alla scena che aveva avuto luogo nell'abitazione del pittore. Per quanto fosse tenace la curiosità di quella gente, dovettero pure sfilare tutti, lasciando soli lo zio, la moglie e i figliuoli di Antonio e Giovanni Selva.

Il dolore dava alla Rosina le buone ispirazioni. Quando ebbe conosciuto che quel vecchiotto soprarrivato era lo zio di Antonio, e l'ebbe visto sì efficacemente soccorrer loro, ella, spingendosi innanzi i suoi bimbi, venne a cadergli ai piedi, tutto lagrimosa, e con quell'accento che parte dal cuore e giunge altresì commovente al cuore altrui, gli disse:

—Il Cielo la benedica, o signore… Grazie, non per me, ma per questi innocenti… Per loro la prego, per loro poverini; non per me che sono causa di tutto il male: perdono, perdono!

E la povera donna, smarrita, chinava il capo sino al suolo nel più umile atto di pentimento.

Quei due forti dolori furono di botto simpatici l'uno all'altro. Lo zio ebbe dimenticato in un attimo tutte le sue ire passate: non vide più che una povera donna amata dal caro e rimpianto nipote, e che gli veniva innanzi come parte di lui. Per impulso interno sollevò la misera, la prese tra le sue braccia e la strinse al seno. Piansero amendue in quell'amplesso. Ella prese i suoi bimbi e li serrò alle gambe del vecchio intenerito, e il più piccino gli pose in collo. Quando Giovanni vide il buon droghiere seduto con sulle ginocchia i figli d'Antonio che lo chiamavano zio e lì presso la Rosina che gli baciava la mano, capì che era tempo d'andarsene anche per lui, e corse via commosso e con tanta sollecitudine, che pareva s'affrettasse a portare a qualcheduno la lieta novella.

Poche ore dopo tutta la famiglia del pittore era stabilita in casa dello zio. La Rosina da quel giorno cominciò ad essere una tutt'altra donna. Non c'è nulla che sublimi maggiormente l'animo umano che un forte dolore fortemente sentito. Ogni volgarità, ogni meschinità, quando in fondo la tempra sia buona, sparisce dall'animo colpito da suprema sventura. Esso si rialza, ed estrinseca a così dire, tutte le sue interne virtù affine di esser pari al suo stato, perocchè nulla v'abbia di più osservabile al mondo dell'uomo che soffre.