—Vive: rispose egli con un sospiro che pareva rimpiangesse il fatto; è ferito, ma vive.

—È ferito? esclamò con profondo sgomento l'infelice.

E il padre con amarezza:

—Una ferita leggiera… Partirò quest'oggi stesso per andarlo a vedere dove si trova.

Lisa si sciolse dall'amplesso, e disse ratto:

—Anch'io… Partiremo insieme… Non negarmelo!… Lo voglio.

Il capitano esitò un momento: il suo primo pensiero fu quello di contrastare, ma poi tosto, ravvisatosi, disse:

—E sia.

Partirono. Gustavo inseguito e raggiunto dai carabinieri aveva tentato uccidersi sparandosi la pistola contro il petto; ma la mano tremò in quel punto allo sciagurato, e la palla non fece che sfiorargli il torace. Era stato preso e condotto alle carceri di ***, e colà arrivarono sua moglie e il suocero, muniti dell'opportuna licenza per poterlo vedere.

L'elegante Pannini era cambiato in guisa da non poterlo riconoscere più. Nel volto dimagrato e impallidito, nell'occhio irrequieto, affondato entro la livida occhiaia, nelle labbra scolorate, tremanti quasi di continuo, apparivano tutti i tormenti incessanti della sua anima corrosa dal rimorso. Del non aver saputo uccidersi dolevasi seco stesso come della maggiore sua sciagura. Pensate qual fosse il suo animo al momento di comparire innanzi a Lisa ed al capitano! Un istante pensò di rifiutarvisi; ma poi non n'ebbe il cuore. Un tremito maggiore l'assalse: ed egli, che per debolezza della ferita recatasi poteva a stento camminare, entrò nella stanza ove l'attendevano i suoi, più pallido e più turbato che mai, la fronte per vergogna madida di sudore, il passo vacillante, gli occhi fitti alla terra, senza forza, senza voce, quasi senza respiro.