—Signore, disse Gustavo non osando più dar titolo di padre al capitano, bisogna che io mi salvi dall'ignominia d'un pubblico giudizio, d'una pubblica condanna. Voglio morire. M'è fallita la mano una volta, ma la seconda non mi fallirà più. Se voi avete ancora alcuna pietà per me; se vi cale far salvo dall'estrema vergogna il mio nome; se un poco sopravvive in voi dell'affetto che mi avete per tanto tempo e con tanta generosità portato, usatemi la carità di procurarmi modo da togliermi a questa vita, a quest'onta.

Biale rimase di nuovo un poco guardando fiso il genero senza parlare.

—Togliervi alla vita, diss'egli poi, fuggir l'espiazione dopo la colpa! Non sapete voi che è viltà anche quella?

Pannini abbassò il capo e mormorò con accento pieno di terrore:

—L'espiazione!… Il patibolo, forse!… La gogna… la folla curiosa e crudele… il mio nome appiccato coll'ignominiosa sentenza ai canti delle vie… Oh no, no… non lasciatemi a questo troppo supplizio.

E il capitano con accento profondo:

—Voi non avreste il coraggio di affrontare la vostra condanna, pentito, rassegnato, offrendovi esempio agli uomini, implorando perdono dalla società e da Dio?

—No, no… E con voce ancora più bassa soggiunse: Sarei vile.

—La vostra mano e il cuore son fiacchi; già una volta fallirono alla vostra volontà. Non avrete neppure il coraggio del suicida.

Gustavo levò alquanto il capo e rispose fermamente: