—Un momento, ella esclamò; ancora un momento.
E tornando a baciare fra le lagrime il marito:—Quando ti rivedrò,
Gustavo?
—Fra pochi dì, s'affretto a dire il capitano. Vieni, Lisa; ora è forza partire.
E così Gustavo vide allontanarsi da lui per l'ultima volta quella donna cui amava pur tanto, l'infelice, colla quale avrebbe avuta esistenza sì lieta se non lo avesse morso al cuore il funesto demone dell'oro.
Il domani Biale ottenne di tornare al carcere, ma ci fu solo, e collo stesso metodo del giorno precedente, cioè con una vistosa mancia, riuscì a far scorrere nella mano del genero un piccolo involto. Quando tornò a casa aveva la fronte più annuvolata e lo sguardo più scuro che par l'innanzi. A Lisa disse che per parecchi giorni era impossibile rivedere il prigioniero. Ella si tacque, ma il cuore aveva pieno di spaventosi presentimenti. Il giorno di poi la infelice non osava neppure pronunciare il nome del marito innanzi al padre taciturno e più cupo che non fosse stato mai; ma il suo sguardo timoroso era una continua e sollecita ed ansiosa interrogazione.
Il capitano uscì, ma non istette guari a ritornare. Era sì terribilmente turbato che Lisa comprese di botto una suprema sciagura essere avvenuta; venne innanzi al padre bianca più che cadavere, le labbra illividite, e senza potere articolar parola fissò con ansia il volto del capitano, ponendogli la destra sopra il braccio.
—Gustavo, disse Biale solennemente, si è sottratto alla giustizia degli uomini per sottomettersi direttamente a quella di Dio.
Lisa non comprese. Continuò a star lì a quel modo, fissa, immobile: solamente le sue labbra tremanti si agitarono come per parlare, ma senza pur mandare un suono. Il padre aspettò un istante; poi, visto che la tremenda luce del vero pareva non balenare nemmanco alla mente intorpidita della infelice, soggiunse:
—Gustavo è morto…
La donna gettò un grido straziante, e cadde riversa, come fulminata.