XXX.

Giovanni Selva tutti i giorni andava in casa dello zio d'Antonio a vedere la moglie e i figli di codestui. Era graditissimo a tutti, e il droghiere si compiaceva parlare con lui del perduto nipote. Giovanni, trascorso un po' di tempo, s'appigliò ad un modo singolarissimo per consolare lo zio e la moglie del pittore scomparso, e fu quello di porre in dubbio, prima apertamente, poi non espresse parole la morte d'Antonio, e far nascere in loro la speranza che un giorno o l'altro l'avrebbero potuto rivedere vivo e sano, in questo mondo. Infatti la morte di lui non era menomamente provata; di cadavere nè in Po nè altrove non se n'era trovato: non poteva egli invece che uccidersi essere andato in lontano paese?

In quella, ecco diffondersi la voce del fatto di Pannini e dell'uccisione d'Orsacchio in quel rimoto villaggio. Selva pensò tosto alla povera Gina che sarebbe stata là sola senza sapersi trarre d'impaccio e senza avere alcuno che si curasse di lei: e tenne a questo proposito una lunga conferenza con una persona che da parecchi giorni egli teneva accuratamente nascosta nelle sue camere.

Non farò il torto alla vostra sagacia, cari lettori, di dirvi che questa persona era Antonio Vanardi, non morto altrimenti, ma d'accordo coll'amico Giovanni decisosi a scomparire per un poco alla vista del mondo, affine di eccitare in favor suo quella carità della gente che sempre si commuove quando non è più a tempo.

In seguito a questa conferenza fu stabilito che i due amici partirebbero subito alla volta di quel villaggio, dove era succeduta la catastrofe, per pigliar Gina quando la ci fosse ancora, o scoprire almeno che fosse divenuta e dove andata; e perchè in questa fatta impresa una donna è sempre più acconcia, deliberarono condur seco la moglie di Giovanni, la quale, buona e pietosa com'era, appena udito il fatto, s'affrettò a consentire di gran cuore.

Antonio voleva prima riabbracciare la moglie, i bambini e lo zio; ma Giovanni nol permise, parendogli che meglio fosse il tardare anche pochi giorni a restituirsi loro, che, restituito appena, ripartirne subito per altri interessi. Però, a tranquillare vieppiù i parenti del pittore, Selva fu da loro e disse, avere scoperto finalmente dove Antonio s'era ritirato coll'animo di non ritornare mai più se lo zio non gli perdonava; partir tosto per raggiungerlo e rimenarlo nelle braccia de' suoi cari, fra pochi giorni l'aspettassero pure, ch'egli giurava l'avrebbe dato ai loro amplessi.

Fu immensa la gioia nel droghiere e in Rosina. Lo zio volle promettesse da sua parte ad Antonio ogni maggior cosa; non che perdono gli avrebbe concesso assoluta padronanza in sua casa; venisse solamente, e non più un zio ed un padrino avrebbe trovato in lui, ma un amorosissimo padre.

Gina da quel nuovo colpo della sorte aveva ricevuta una forte scossa, che invece di nuocere aveva piuttosto giovato alla sua ragione. Le sorse di botto il pensiero che ella era libera finalmente di quella tirannia feroce che l'opprimeva, di quella vendetta implacabile e crudele che le affannava ogni istante della vita. Un tale rimutamento si fece in lei, che mentre agli occhi della gente parve stupidita dalla capitatale sciagura, nel suo interno avveniva un travaglio per cui si ricostruiva, a così dire, la sua ragione. Che cosa le toccava di fare? Era sola, era libera, senza affetti al mondo, senza legami di sorta. Dove andare? Non aveva luogo a cui niente l'avvincesse più. Ricordò con alcun aggradimento la quiete dell'ultimo suo asilo, e le parve quello fosse il solo luogo in cui potrebbe vivere. Decise recarsi colà a passarvi quella vita che Iddio le avrebbe ancora voluto concedere.

Selva, sua moglie e Vanardi trovarono ancora Gina a quel villaggio, e la ricondussero tutti insieme alla villa di Marone.

Ed ora in poche parole mi sbrigherò di quanto ancora mi rimane a dirvi.