—Là, là, piccini: disse loro tutto amorevole: non piangete… Pippo sii buono… To' Gaetanino la chiave del papà e giuoca con essa… Da bravi, smettetela; adesso ch'io esco di casa vi andrò a comperare i confetti: che sì che vorranno esser buoni!

Ed il povero diavolo non aveva pure da comperar loro del pane!

Coll'accarezzarli, coll'abbracciarli, colle promesse, tanto ottenne che alla fine s'acchetarono; un certo silenzio relativo si stabilì nella stanza, ed egli potè dare tutta la sua attenzione alla compilazione della lettera per lo zio droghiere.

La qual lettera riusci del tenore seguente:

«Carissimo mio signor zio e padrino.

«Vengo con questa mia ad adempiere al mio dovere di augurarle il buon Natale ed il buon fine e il buon principio con tutte quelle felicità che si merita: e che Iddio gli conceda una lunga e prospera vita e una buona salute e una continua contentezza senza Dispiaceri di sorta.

«Questi augurii, oh glielo giuro, partono proprio dal cuore, e sono sinceri come se ne fanno pochi al mondo. Che io lei, mio buon padrino, non posso mai dimenticare di tutto l'anno; e ne vivessi ben cento di anni che non lo potrei mai; ma in questa stagione, in cui da tutti si pensa alle persone che ci sono più care, io ricordo anche maggiormente tutte le bontà del mio caro zio, e sento più forte ancora la riconoscenza per tanti generosi benefizi che ne ho ricevuti io specialmente, e che ne ha ricevuto la mia famiglia, e provo una pena grandissima d'aver offeso un sì buon parente e di non poterlo andare ad abbracciare, come ne avrei tanto desiderio che me ne struggo.

«Ma il Cielo, e riconosco io primo che non è stato altro che giusto e che io mi merito ogni peggio, il Cielo mi ha ben punito della mia disubbidienza, della mia ribellione all'affettuoso padrino, al mio secondo padre. E se lei sapesse tutto quello che mi è toccato soffrire e che soffro, ed anche i miei poveri bimbi, che a quest'ora ne ho quattro, e che sono innocenti, loro poverini, come agnelletti, ella ne avrebbe di sicuro compassione.

«E gli è per questi piccini che io ardisco ancora venire a pregarla una volta, assicurandola che sarà l'ultima, perchè abbia pietà di noi disgraziati, che siamo pure suo sangue, e che siamo ridotti all'ultima miseria, senza nemmeno aver pane da mangiare. E dobbiamo la pigione dell'intera annata, e non possiamo pagarla; e il padrone che è un uomo senza cuore (ella lo conosce, quell'impostore del signor Marone) ci caccia in mezzo la strada, facendoci vendere tutte quelle poche robe che ci restano, e siamo in debito verso tutti sulla strada, tanto ch'io non oso più neppure uscire per andare ai fatti miei, vergognato come ne sono.

«Insomma noi non abbiamo più nessuna speranza che in lei, e s'ella, che è la nostra Provvidenza, ci manca, io non so a qual disperato partito dovrò appigliarmi. Ma ella non ci abbandonerà, ed io ringraziandola anticipatamente, e rinnovandole tutti gli augurii, con profonda riconoscenza, mi dico