«Torino, 16 dicembre 185….
Suo umiliss. servo e nipote «ANTONIO VANARDI.»
Rilesse attentamente il suo scritto, lo lesse alla moglie che lo trovò un capolavoro d'eloquenza, e sentenziò che se lo zio non cedeva era proprio con un ghiacciuolo per cuore. Non c'erano bustine da lettera in casa, quindi convenne che Antonio ripiegasse il foglio su sè stesso nella guisa più elegante che seppe: ma quando si trattò di suggellarlo fu certificata l'assenza eziandio di un'ostia o d'un bastoncino di cera lacca. Per fortuna Vanardi si sovvenne della crosta di pane che stava sopra la stufa, ne ruppe un pezzetto coi denti, lo masticò ben bene e se ne servì per chiudere il foglio. Poscia vi scrisse su l'indirizzo: prese il suo cappellaccio senza falda, si gettò sulle spalle un misero mantelluzzo di panno logoro, e disse alla moglie:
—Vado a ricapitar questa lettera.
—Che? interrogò Rosina, pensi forse tu di recarla tu stesso allo zio?
—Oibò! fo conto di darla a Giacomo il figliuolo della portinaia qui sotto, pregandolo di recarla egli al fondaco di mio padrino.
—Giacomo è un buon diavolo….
—Un imbecille.
—Che lo farà volentieri, non ne dubito; ma sua madre è così poco servizievole….
—Per noi che non le diamo alcuna mancia, già; lo zelo dei portinai si misura agl'inquilini in ragione del denaro che ne mungono; ma questo è poi un così piccolo servizio, che spero non mi vorrà rifiutare. Intanto passerò eziandio dallo speziale per intendere un poco se mi vuol pagare, e poi farò una trottatina sino a casa di Selva.