—Salutami sua moglie, quella buona Adelina…
—Va bene.
—Eccone lì una che fu fortunata. Era una operaia come me, ed ha sposato un uomo di una ricca famiglia, un avvocato e che le fa fare una buona figura nel mondo.
Antonio si mise per traverso il cappellaccio e si morse i baffi.
—Sai tu Rosina, diss'egli con accento in cui sentivasi una vera pena, che non sei punto punto gentile? Le tue parole sono sassi tirati nel mio giardino, che mi colpiscono proprio in pieno petto. Certo, l'Adelina è da invidiare. Selva è uno dei migliori caratteri ch'io mi conosca, ed un bel talento. Lui risoluzione, coraggio, iniziativa e forza d'animo e di volontà come ne hanno pochi; io sono un meschinello, un buono da nulla, un imbecille, va bene… Ma quanto ad amore, Rosina, dovresti esser persuasa che ne hai da me tutto quel che possa averne da uomo una donna, e ciò dovrebbe farti più generosa a perdonarmi il resto.
Rosina, che in fondo aveva pure un cuore eccellente, fu tocca da queste parole del marito e più dalla commozione con cui eran dette.
—Hai ragione: esclamò ella, alzandosi col suo bimbo da un braccio e cingendo coll'altro che gli rimaneva libero il collo del marito: Hai ragione e perdonami.
Ad Antonio questo fatto della moglie produsse tanto maggior effetto quanto esso era più raro; abbracciò e baciò egli intenerito la moglie e il bambino ch'ella teneva sul petto, e partissi.
La loggia della portinaia aveva sotto il portone l'uscio d'entrata ed un finestruolo per cui si vedeva chiunque penetrasse nella casa.
Antonio sospinse l'uscio socchiuso ed entrò nel camerino. La portinaia seduta presso un fornello portatile di terra cotta era intenta a farvi cuocere su, dentro una pignatta, una minestra che mandava per l'ambiente un odore succolento e confortevole. Le nari di Antonio digiuno aspirarono con una voluttà tormentosa la tentazione di quell'odore. Un giovane dall'aria melensa e dai capelli color della stoppa stava grattandosi le ginocchia in un angolo: era Giacomo, il figliuolo della portinaia.