—Eh sì!… Gli è che io per natura non soglio crucciarmi… Crollo le spalle e tutto passa… ma in quella casa vi hanno tante contrarietà da far intisichire un elefante.

—Davvero! esclamò con voce compassionevole il signor Giannello, facendo gli occhi dolci alla ragazza.

—Povera madamigella Carlotta! mormorò il signor Martino, traendo un gran sospiro dall'imo petto.

—Sicuro! rispose la giovane. La signora marchesa per sè non sarebbe cattiva…

—Eh no, non ne ha l'aria davvero; interruppe messer Agapito, che era già stanco di tacere. Ma sì! ha ella una volontà che sia sua? La è menata pel naso da questo e da quello: la è come un automa; come un burattino a cui si tiri il filo…

—Bravo! esclamò Carlotta, approvando col chinar del capo.

—Diciamo la parola, continuava lo speziale: la è mezzo scema.

—Lo è del tutto. Le si industriano intorno una manica di furbi che cercano di mangiarle quel poco che possono mentre vive, e di bubbolarle una parte della sua eredità quando muoia.

—È proprio così: disse lo speziale che si grattava la punta del naso studiando un motto arguto: la marchesa di Campidoro è per essi un vero campo da cui vogliono raccoltar oro… Oh oh: che cosa ne dice signor Vanardi?

La giovane cameriera continuava: