Si ricordò del fatto di cui gli aveva parlato lo speziale, narrato nel foglio ch'egli teneva in tasca.

—Quella è un'idea… Ah! se con ciò potessi dar pane ai miei poveri bimbi!

Giunse a casa il suo amico, con la faccia così turbata, che Selva gli disse tosto spaventato:

—Antonio! Mio Dio! Che c'è? Che cosa t'è capitato?

Giovanni Selva non era neanch'egli in troppo buone fortune. Aveva moglie ancor esso e famiglia, e non ricavava troppo larghi guadagni dal lavoro letterario della sua penna.

Antonio s'era proposto di non dir nulla delle sue sciagure finanziarie all'amico, appunto perchè sapeva che questi si sarebbe tosto risoluto ad ogni possibile sacrifizio per soccorrerlo, ma in quel momento la pena dell'infelice era troppo forte perchè egli la potesse nascondere, e le impressioni soverchiamente dolorose richiedevano uno sfogo. Si lasciò andare sovr'una seggiola come uomo disperato per l'affatto e contò tutto.

Giovanni l'udì in silenzio, tenendo stretta fra le sue una mano dell'amico. Quando questi ebbe finito, lo trasse a sè, lo serrò al petto e lo abbracciò come un fratello. Poscia, senz'altre parole, lo condusse seco ad uno stipetto; aprì questo stipo, ne tirò fuori un cassettino e mostrò in esso ad Antonio il tesoro di sei napoleoni d'oro.

—Eccoti il mio peculio, diss'egli. In altra occasione ti direi: piglialo, gli è tuo; ma siccome a questo tempo ho ancor io qualche spesetta, non posso che dirti: dividiamo per metà.

Antonio non voleva: ci si rifiutò lunga pezza; ma Selva gli pose a forza i tre napoleoni nelle mani, ricordandogli ch'egli era padre e che codesto era per i bambini.

—Con ciò, soggiunse, potrai acchetare i più accaniti de' tuoi creditori ad aspettare gli eventi. Durante i quindici giorni che ti ha accordato il proprietario, o il tuo padrino si commuove e ti soccorre, o noi avremo trovato qualche altro modo di sopperire all'occorrenza. L'arte, devi oramai esserne persuaso, mio caro Antonio, ti dà giusto tanto pane quanto ne danno ai poeti le rime.