«Il dovere è per lui la formola suprema, la regola inflessibile a cui misurare tutte le sue azioni. Esso lo fa inchinare venerando innanzi a Dio; esso lo rende caritatevole e pronto al sacrifizio verso il prossimo; esso lo fa amoroso e previdente padre di famiglia, ed insieme egregio cittadino, pronto a dare le sostanze e la vita per la patria. Per effetto della sublime bontà del suo animo, dovere ed amore si confondono per lui in una medesima cosa. Egli, quello che dice, ama di farlo. Sotto alla rigidità delle sue maniere ed alla soldatesca asciuttezza de' suoi contegni e' nasconde tesori d'amore da disgradarne l'anima della donna più pietosa e meglio fornita di affetti. Questa profonda e contenuta bontà si manifesta raro nel laconismo delle sue parole, ma prova eloquentemente nelle opere, avvolte pur sempre in quel caro e prezioso appannamento, lasciami dir così, della semplicità e della modestia.

«Suo padre era un uomo duro, a cui per contro la pietà parlava poco al cuore, troppo invece l'interesse. D'un'onestà ancor egli a tutte prove, non avrebbe fatto torto d'un centesimo ad uomo al mondo, ma non avrebbe dato nemmeno un soldo, nemmanco un suo incomodo di mezzo minuto per fare un'ombra di bene ad un suo simile, cui non avesse ragione da amare, o temere, o sperarne ricambio; non si sarebbe peritato neppure un istante a rovinare chicchessiasi, un uomo ed anche un'intiera famiglia, per soddisfare le due passioni che più violentemente possedevano la sua anima fiera: l'amor del guadagno e quello della vendetta.

«Di quest'ultima sua feroce passione ben ebbe a sentirne gli effetti la famiglia del povero Pannini…

—Pannini, interruppe Antonio, quello stesso che ora ha sposato la figliuola del signor Biale?

—Lui no; il marito della signora Lisa a quel tempo era ancora in mente dei; e suo padre medesimo non era che un fanciullo; un fanciullo era eziandio, di pochi anni anzi minore, il signor Carlo, il padre della Lisa medesima; ma gli è appunto di quella famiglia che si tratta e dell'avo del vivente signor Pannini. Fra costui e il padre del signor Carlo esisteva da tempo una ruggine che sempre era venuta crescendo. Biale era segretario ed amministratore delle fortune copiosissime della nobile famiglia di Campidoro. Pannini ne era il maggiordomo. Tutte due erano da tempo legati a quella casa e ne curavano od ostentavano di curarne gli interessi, e tuttedue avevano delle benemerenze verso i padroni che davano loro un influsso che altri non avrebbe avuto nelle loro condizioni. Pannini, quando la famiglia, per gli sconvolgimenti politici dell'invasione straniera e del dominio francese in Piemonte, aveva emigrato di paese, aveva voluto associare la sua alla sorte de' suoi padroni, li aveva seguiti, e poichè essi erano ridotti a povere fortune dal sequestro e dalla vendita dei loro beni patrimoniali, esso li aveva generosamente mantenuti, senza che loro quasi se ne avessero ad accorgere, col frutto dei risparmi che egli aveva potuto fare in addietro ed aveva seco portati in esilio. Ma Biale non aveva dimostrata minor devozione per quella stirpe: quando i beni della medesima erano stati posti in vendita, egli aveva fatto così bene, che direttamente per sè, e mediatamente per alcuni suoi fidatissimi, erasi reso acquisitore di tutto quanto, giungendo persino a salvare la parte più preziosa e che avessero più cara dei loro mobili e delle loro domestiche memorie. Quando poi i Campidoro erano ritornati col loro re, egli modestamente era andato a riporli in possesso d'ogni parte di quel patrimonio che possedevano prima della tempesta della rivoluzione. Son codesti servizi di tali che non si dimenticano più, e Pannini e Biale furono pei Campidoro qualche cosa di meglio che un ragioniere ed un maggiordomo, quasi due membri della famiglia; la quale, a quel tempo, era ridotta a due uomini, il padre vecchio cadente oramai e un solo figliuolo non più giovane, marito dell'attuale vecchia marchesa, che sarà l'ultima a portare quel nome illustre, non avendo il Cielo benedetto di figli il suo matrimonio.

«In quella situazione in cui si trovavano era troppo facile che nascesse rivalità fra il signor ragioniere ed il signor maggiordomo, e che perciò, a scavalcarsi a vicenda, l'uno tendesse a danneggiar l'altro nello spirito dei padroni; e così avvenne di fatto. Pare anzi che il primo a cominciare siffatta guerra sia stato Pannini; e Biale, accortosene, ebbe la maggior rabbia che possa tormentare anima d'uomo e giurò di fargliela pagare.

«La brutta lotta durò assai tempo con varia vicenda. Il marchese padre pareva propendere pel maggiordomo, il figliuolo e specialmente la moglie sembravano invece più inchinevoli al ragioniere. Pannini aveva un torto che pare essere un difetto inerente all'organismo di quella famiglia, poichè fu quello che menò poi a rovina suo figlio, in quel tempo appena adolescente, e che io stesso ho già avuto occasione di notare nel suo nipote Gustavo: un amore straordinario dello sfarzo di comparire in pubblico colle mostre della ricchezza e dell'eleganza e un'alterigia sciocca verso chi presumeva da meno di lui per la fortuna e pel grado sociale; onde avveniva che tra i famigli egli avesse poco o punto simpatia, e tutti invece fossero più disposti a favorire il segretario, il quale in realtà superiore di grado al maggiordomo era in fatti meno di lui altezzoso e superbo, e di cui la vita modesta non offuscava gli sguardi a nessuno, non chiamava in alcun modo l'invidia e le maligne supposizioni della gente.

«Avvenne frattanto che il vecchio marchese ammalasse e di quella malattia che esser doveva l'ultima; il maggiordomo fu pieno di cure per esso; il suo ufficio era più adatto a concedergli di star presso il malato, e questi era così contento de' suoi servigi che quasi non voleva intorno altri più che il maggiordomo. Fece il marchese il suo testamento e questo mostrò gli effetti di quel suo stato presente dell'animo, poichè mentre Biale vi era appena nominato e col legato d'un ricordo da nulla, vi si contenevano invece per Pannini alcune espressioni le più lusinghiere di riconoscenza per quanto aveva egli fatto in beneficio dei Campidoro, e il lascito d'un vistoso legato.

«Quando, morto il marchese, Biale ebbe conosciuto il tenore di quel testamento, egli provò una rabbia come forse non aveva ancora provato mai. Amante come ti ho detto esser egli del guadagno, aspramente gli cuoceva la meschinità del regalo a lui lasciato, appetto alla vistosità di quello destinato al suo rivale; gli cuoceva del pari e fors'anco più la sconoscenza che aveva fatto passar sotto silenzio i servizi da lui resi ai Campidoro per magnificar quelli di quel rivale medesimo cotanto favorito. Gli parve una vera ruberia che s'era fatta a suo danno: ruberia di denaro e ruberia di considerazione; e il colpevole di questo misfatto era Pannini, il quale se ne vantaggiava e trionfava. L'odio suo contro di costui, il qual odio non aveva pur bisogno di crescere per diventare enorme, tuttavia s'infierì vieppiù. Pannini, da parte sua, ebbe la stoltezza e l'audacia di quasi menar vampo di questo suo successo; e i suoi contegni verso Biale presero un non so che di sprezzante, che erano pel padre di Carlo una continua e reiterata e sempre più pungente provocazione.

«Biale si racchiuse in un cupo silenzio, parve cedere innanzi al rivale, ma si raccoglieva invece per trovar modo di perdere affatto l'odiato suo nemico.